C’è una frase, nell’intervista di Sandro Boscaini al Gambero Rosso, pubblicata oggi, 8 settembre, che merita di essere ripresa e soprattutto discussa: «Produciamo vino con disciplinari di trent’anni fa pensati per un mercato che non esiste più».
La prendiamo da qui, da questa intervista, perché solleva un problema che non riguarda soltanto Masi Agricola o la Valpolicella, ma interroga l’intero sistema italiano delle denominazioni.
I disciplinari sono nati per proteggere un patrimonio: territori, vitigni, pratiche produttive, identità costruite nel tempo. Ma cosa accade quando il territorio cambia? E quando cambia anche il consumatore?
Boscaini parte dalla vendemmia 2026 e da un dato ormai impossibile da ignorare: il clima sta modificando profondamente il modo di fare viticoltura. Temperature elevate, siccità ed eventi estremi stanno imponendo raccolte sempre più anticipate e pongono interrogativi anche sulla collocazione dei vigneti. Secondo il presidente di Masi, molti disciplinari non hanno ancora recepito adeguatamente questa trasformazione, nemmeno rispetto alla necessità di considerare quote più elevate nelle delimitazioni collinari.
Ma il problema, osserva Boscaini, non è soltanto climatico. È anche commerciale.
Il mercato di oggi non è quello di trent’anni fa. Sono cambiate le abitudini, le occasioni di consumo e, soprattutto, il gusto. Il consumatore cerca sempre più vini freschi, equilibrati, meno alcolici e meno muscolari. Lo stesso Gambero Rosso, in un articolo pubblicato in questi giorni, descrive una nuova «era della misura», nella quale si beve meno e si chiede di più al vino: maggiore bevibilità, maggiore precisione, maggiore equilibrio.
È qui che la riflessione diventa interessante.
Un disciplinare dovrebbe fotografare il passato o accompagnare il futuro di un territorio?
La domanda è tutt’altro che semplice. Perché modificare un disciplinare significa mettere mano a un equilibrio delicato: quello tra tradizione e capacità di evolvere. Una denominazione non può diventare semplicemente ciò che il mercato desidera in quel momento, altrimenti rischierebbe di perdere la propria ragion d’essere. Ma nemmeno può trasformarsi in una gabbia normativa incapace di riconoscere che il clima, la viticoltura e i consumi sono cambiati.
Boscaini pone inoltre un’altra questione, quella dell’eccessiva proliferazione delle denominazioni. La sua richiesta è di compiere scelte coraggiose, distinguendo maggiormente le denominazioni capaci di esprimere una forte identità territoriale e una qualità riconosciuta da quelle che, al di fuori del proprio ambito regionale, faticano a trovare un reale riconoscimento.
È un tema delicato, ma difficile da eludere.
Perché oggi il valore di una denominazione non può essere soltanto scritto su un disciplinare. Deve essere riconoscibile nel bicchiere, comprensibile al consumatore e sostenibile economicamente per chi produce.
La vera sfida, dunque, non è scegliere tra tradizione e innovazione. È impedire che la tradizione diventi immobilismo.
Un buon disciplinare dovrebbe avere la forza di custodire ciò che rende un vino unico e, nello stesso tempo, l’intelligenza di lasciare spazio all’adattamento. Se il clima cambia, cambiano le maturazioni. Se cambiano le maturazioni, cambiano le esigenze della vigna. E se cambia il consumatore, cambia inevitabilmente anche il modo in cui quel vino viene percepito e scelto.
Non significa inseguire ogni moda. Significa chiedersi se le regole continuino a descrivere davvero la realtà.
La denuncia di Boscaini, rilanciata dal Gambero Rosso, ha dunque il merito di spostare la discussione dal semplice «si è sempre fatto così» a una domanda molto più scomoda: siamo ancora sicuri che quel “così” rappresenti il vino italiano di oggi e, soprattutto, quello che vogliamo produrre domani?
Forse è arrivato il momento di avere il coraggio di riscrivere alcune regole. Non per cancellare la storia, ma per permettere alla storia del vino italiano di continuare.




