La notizia arriva da Washington e ha il sapore di una vittoria solo apparente: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato la legittimità del ricorso ai poteri tariffari di emergenza utilizzati dall’amministrazione Trump per imporre nuovi dazi. Una decisione che, sulla carta, dà ragione al commercio internazionale. Ma nel mondo del vino italiano nessuno stappa bottiglie.
A dirlo con chiarezza è il presidente di Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, che invita alla prudenza: “Il mondo del vino paradossalmente non può festeggiare la bocciatura della legittimità dei dazi da parte della Corte Suprema americana. Si profila una più che probabile reimposizione delle tariffe attraverso vie legali alternative a cui si aggiunge il forte rischio incertezza che tale decisione può determinare nei rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti”.
Il punto non è solo giuridico, ma profondamente economico. Perché nel frattempo i danni si sono già materializzati. L’Osservatorio Uiv fotografa una seconda parte dell’anno particolarmente complessa per il vino italiano negli Stati Uniti: non soltanto per effetto delle tariffe, ma anche per una contrazione strutturale dei consumi. Le proiezioni parlano chiaro: chiusura 2025 prevista a -9% sull’export verso gli Usa, con una perdita stimata di circa 177 milioni di euro rispetto all’anno precedente. Ancora più pesante il dato del secondo semestre: -225 milioni di euro rispetto allo stesso periodo del 2024.
Il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti, sottolinea come il problema sia duplice: ai dazi si somma un mercato americano che da cinque anni registra un progressivo calo dei consumi di vino, con un -5% nel 2025. La sentenza della Corte, pur condivisibile nel merito, rischia di produrre un effetto boomerang: l’incertezza normativa può bloccare gli ordini e congelare le trattative in attesa di capire quali saranno le prossime mosse dell’amministrazione statunitense.
E qui si innesta il dato più strategico. Gli Stati Uniti sono, di gran lunga, il primo mercato di destinazione per il vino italiano: nel 2024 hanno assorbito 1,93 miliardi di euro di export, pari al 24% dell’intero valore delle esportazioni vinicole tricolori nel mondo. Una quota enorme, che rende il vino uno dei comparti più esposti del made in Italy a eventuali tensioni commerciali con Washington.

Da osservatrice del settore, la questione dei dazi americani sul vino italiano mi sembra rivelare una fragilità strutturale: la nostra straordinaria forza commerciale negli Usa è anche la nostra vulnerabilità. Dipendere per quasi un quarto dell’export da un solo mercato significa essere esposti non solo a scelte politiche, ma anche a cambiamenti culturali nei consumi.
C’è poi un altro elemento da considerare. I dazi non sono mai solo una questione di percentuali aggiunte in dogana. Producono effetti psicologici: rallentano gli ordini, spingono gli importatori a diversificare, creano diffidenza negli operatori. E nel vino, che è un prodotto culturale prima ancora che merceologico, la continuità delle relazioni è tutto.
La decisione della Corte Suprema può rappresentare un segnale importante sul piano del diritto commerciale internazionale. Ma finché non ci sarà un quadro stabile e prevedibile, il settore non potrà dirsi al sicuro. La vera sfida per il vino italiano non è soltanto superare l’ennesima stagione di dazi, ma costruire una strategia di lungo periodo capace di rafforzare la presenza negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, ridurre la dipendenza da un unico mercato.
Perché il vino italiano, forte di 1,93 miliardi di euro negli Usa e di una reputazione consolidata, merita stabilità. E la stabilità, oggi, è forse la risorsa più rara nel commercio globale.




