Tornare al regime tariffario al 15% omnicomprensivo per recuperare una condizione di relativa stabilità. È questa la posizione espressa da Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini, intervenuto oggi a Roma durante la riunione della Task Force sui dazi convocata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’incontro, tenutosi oggi, ha rimesso al centro il nodo delle tariffe che gravano sull’export vinicolo italiano, con particolare riferimento al mercato statunitense. Il presidente Uiv ha richiamato l’auspicio, già evocato dal ministro Tajani, di un ritorno al quadro precedente: <<Ci auguriamo, come prefigurato oggi dal ministro Tajani, che alla fine si possa ripristinare il regime di tariffe al 15% omnicomprensivo vigente fino a qualche giorno fa. Non faremo festa per questo, ma almeno torneremmo a una condizione di relativa stabilità, pur con tutte le difficoltà che essa comporta>>.
Parole che fotografano con realismo la situazione: nessun trionfalismo, ma la consapevolezza che la prevedibilità delle regole è una condizione minima per programmare investimenti, strategie commerciali e presidio dei mercati.
Accanto alla richiesta di riportare le tariffe a un livello “gestibile”, Frescobaldi ha indicato una linea strategica chiara: ampliare l’orizzonte dell’export italiano. <<Dobbiamo prendere atto che questa situazione ci impone di andare a cercare altri mercati, a partire dall’India e dal Mercosur, per cui necessitiamo di un’approvazione temporanea. Non da ultimo, dobbiamo cogliere l’opportunità che abbiamo in casa e puntare al superamento delle resistenze burocratiche interne alla stessa Ue: l’abbattimento delle barriere non tariffarie anche all’interno dell’Ue – come rilevato dalla Bce – potrebbe ampiamente compensare i dazi americani>>.
Il riferimento è doppio: da un lato l’urgenza di accelerare accordi commerciali con aree ad alto potenziale come l’India e i Paesi del Mercosur; dall’altro la necessità di lavorare sul mercato unico europeo, riducendo le barriere non tariffarie che ancora frammentano la libera circolazione delle merci.
Il passaggio sulle barriere interne all’Unione europea è particolarmente significativo. Se davvero – come evidenziato anche dalla Bce – la rimozione degli ostacoli burocratici e regolatori intra-Ue potesse compensare in larga parte l’impatto dei dazi americani, allora la partita non si gioca solo a Washington, ma anche a Bruxelles.
Per il vino italiano, primo esportatore mondiale in volume, la sfida non è soltanto difensiva. È una questione di competitività strutturale: meno burocrazia, maggiore armonizzazione normativa e un mercato comunitario pienamente integrato potrebbero trasformare una crisi in un’occasione di rafforzamento.
NOTA EDITORIALE
Da direttore di questa testata online che da anni racconta il vino italiano nei suoi successi e nelle sue fragilità, non posso che sottolineare un punto: la stabilità non è un privilegio, è una condizione essenziale per un settore che vive di programmazione lunga, investimenti in vigna e relazioni commerciali costruite nel tempo.
Il ritorno a una tariffa flat al 15% non sarebbe una vittoria, ma un argine. La vera partita si gioca sulla capacità di fare sistema: Governo, rappresentanze di categoria, imprese. E soprattutto sulla strategia di non dipendere mai da un solo mercato, per quanto importante.
Il vino italiano ha dimostrato nei decenni di saper reagire alle crisi con qualità, identità e visione. Oggi serve un salto ulteriore: meno frammentazione, più diplomazia economica, più Europa. Solo così i dazi potranno diventare un ostacolo superabile e non un freno strutturale alla crescita.




