In un tempo segnato da conflitti, crisi economiche e nuove disuguaglianze globali, parlare di vino e di cibo non è più soltanto una questione di gusto o convivialità. È una riflessione che tocca temi più profondi: il diritto all’accesso alle risorse, la responsabilità verso la terra, il modo in cui scegliamo di abitare il mondo. È dentro questa consapevolezza che tornano, per l’undicesimo anno consecutivo, le Giornate delle Donne del Vino, l’iniziativa nazionale promossa dall’Associazione Le Donne del Vino che, dall’8 al 15 marzo, coinvolge delegazioni regionali e centinaia di associate in tutta Italia con degustazioni, incontri, tavole rotonde e momenti di confronto che intrecciano cultura, sostenibilità e visioni del futuro.

Il tema scelto per il 2026 — “Donne, Vino, Cibo” — è più di un semplice slogan. È una chiave di lettura del presente. <<In un momento internazionale così delicato, parlare di cibo significa parlare di diritto, responsabilità e futuro – afferma Daniela Mastroberardino, presidente dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino –. Per noi “Donne, Vino, Cibo” non è solo un tema culturale, ma una visione: mettere al centro la qualità, la sostenibilità e la cura delle comunità come risposta concreta alle fragilità del presente>>.
Il cibo, infatti, non è solo una merce né soltanto un elemento identitario delle culture. È nutrimento, sopravvivenza, equilibrio fragile tra territori, economie e comunità. Insieme al vino racconta storie di lavoro, paesaggi e tradizioni, ma oggi impone anche una domanda etica: chi può davvero accedervi? In un mondo in cui una parte della popolazione spreca e un’altra fatica ad avere il necessario, la riflessione sul cibo diventa inevitabilmente una riflessione sulla giustizia.
È lo stesso interrogativo che attraversa il nuovo saggio dell’economista Andrea Segrè, docente all’Università di Bologna, fondatore della Giornata nazionale contro lo spreco e tra le voci più autorevoli sul tema dell’economia circolare e della sostenibilità. Nel suo libro Contro lo spreco. Cibo, valore, futuro (Treccani) — che ho recentemente recensito su Famiglia Cristiana — Segrè parte da un dato semplice quanto scomodo: c’è chi non ha cibo e c’è chi ne spreca troppo. Un modello che non è solo inefficiente, ma profondamente ingiusto. Ripensare il nostro rapporto con il cibo, scrive, non significa cedere al moralismo, ma recuperare una misura più giusta delle cose, fondata sulla responsabilità condivisa e sulla cura. Perché il cibo è anche un indicatore culturale e sociale: racconta il modo in cui una comunità vive, distribuisce risorse, immagina il proprio futuro.
Le Giornate delle Donne del Vino si inseriscono proprio in questo orizzonte più ampio. Accanto agli eventi sul territorio, l’associazione promuove anche un progetto social che vuole trasformarsi in una narrazione collettiva: tutte le associate sono state invitate a realizzare uno scatto fotografico interpretando il tema “Donne, Vino, Cibo”, ritraendosi con un prodotto simbolo del proprio territorio. Il risultato sarà un mosaico di immagini che “invaderà” i social network, una sorta di racconto diffuso fatto di volti, calici e ingredienti che rappresentano la biodiversità gastronomica italiana.
Anche il logo dell’edizione 2026 nasce da questa idea di racconto simbolico. È stato ideato da Federica Cecchi, architetta e wine designer toscana, che ha scelto di rappresentare la Donna del Vino attraverso una metafora visiva originale fatta di broccoli e spaghetti. Il broccolo diventa simbolo di salute, attenzione alla qualità e alimentazione consapevole, mentre lo spaghetto — icona universale della cucina italiana — rappresenta convivialità, identità e legame tra le persone. Nel disegno lo spaghetto diventa un filo che unisce, crea movimento, costruisce relazioni, mentre la figura femminile sembra danzare con la natura. Non una ricetta, ma un linguaggio visivo che parla di sostenibilità, creatività e responsabilità.
Questa visione trova conferma anche nei numeri che raccontano la presenza femminile nel settore vitivinicolo. Le donne sono ancora meno numerose degli uomini alla guida delle imprese, ma la loro capacità di generare valore è fondamentale. Coltivano circa il 21% della superficie agricola utilizzata e producono il 28% del PIL agricolo: una differenza che racconta non solo una presenza, ma un’efficacia. Le aziende a guida femminile mostrano una maggiore presenza di vini Doc e Docg, una forte propensione all’export e un’attenzione strategica verso marketing, comunicazione ed enoturismo. Sono spesso più orientate all’esperienza e alla wine hospitality, più inclini alla diversificazione e più resilienti nei momenti di crisi.
Un altro dato significativo riguarda la sostenibilità: le imprese guidate da donne presentano una percentuale più alta di vigneti biologici o in conversione e livelli medi di formazione superiori alla media del settore. È una leadership diversa, meno gerarchica e più collaborativa. Se l’impresa tradizionale può essere paragonata a un’orchestra sinfonica diretta da un unico maestro, quella guidata da donne somiglia spesso a un ensemble jazz: ogni voce resta riconoscibile, ma il valore nasce dall’ascolto reciproco e dall’armonia del gruppo.
In fondo è proprio questa la lezione che il vino può insegnare oggi. Ciò che mettiamo nel piatto e nel calice dice molto del mondo che vogliamo costruire. E della misura con cui scegliamo di abitarlo.
Qui di seguito il link per l’intervista ad Andrea Segrè:




