Dal 9 all’11 febbraio Parigi ospita Wine Paris 2026, un evento relativamente giovane ma già capace di calamitare attenzione, credibilità e serietà nel panorama internazionale del vino. La prima edizione si è tenuta dall’11 al 13 febbraio 2019, frutto della fusione di saloni professionali parigini, con l’obiettivo di creare una piattaforma mondiale per produttori e buyer. In pochi anni ha attirato migliaia di espositori e decine di migliaia di visitatori da ogni continente, consolidandosi come appuntamento cruciale per l’export e gli scambi internazionali.
Questo progetto, pur essendo relativamente nuovo, ha già conquistato peso specifico. L’edizione 2025 ha visto la partecipazione di oltre 5.300 espositori e più di 50.000 visitatori, con un significativo incremento di aziende internazionali. Ben diversa è la storia di altre manifestazioni radicate da decenni, come Vinitaly, nato negli anni ’60 e divenuto fiera internazionale nei primi anni ’70. La differenza non è competizione ma contesto: Wine Paris nasce in un mondo già globale, dove il vino si gioca su relazioni e mercati internazionali più integrati.

Cantine da tutto il mondo, con una forte presenza italiana, si confrontano in questa piattaforma internazionale, mostrando che oggi partecipare a fiere non significa solo esporre prodotti, ma posizionarsi come cultura, visione e rete di relazioni. Essere presenti non è una scelta passiva, ma un atto deliberato: la domanda non è più solo “Come faccio a vendere?” ma “Come porto il mio messaggio, la mia identità, la mia storia in un contesto globale?”
In questo quadro, il tema della globalità assume un valore politico e culturale oltre che commerciale. Di fronte a tentazioni isolazioniste e alla retorica del “vino italiano è il migliore se chiuso nel proprio orticello”, dobbiamo ricordare che aprire i nostri orizzonti non indebolisce i singoli produttori, ma li rafforza. La capacità di dialogare con mercati emergenti — pensiamo alle prospettive in crescita in paesi come l’India, dove consumatori giovani mostrano interesse verso vini premium italiani — è parte di un progetto più ampio di apertura. Allo stesso tempo, accordi multilaterali come quelli con il Mercosur potrebbero aprire spazi di competizione e collaborazione, anche se non mancano critiche e resistenze: presentarsi come paese aperto al mondo significa dare forza alla nostra identità produttiva, anziché tenerla vincolata a confini ristretti.
Per le cantine italiane, partecipare a Wine Paris e ad altri eventi globali significa misurarsi con pubblici internazionali, confrontarsi con realtà produttive diverse e mostrare la capacità di innovare senza rinnegare la propria tradizione. Non basta l’etichetta bella: serve narrazione coerente, capace di trasmettere terroir, impegno nella qualità, filosofia produttiva e attenzione alla sostenibilità. Il visitatore internazionale non cerca solo gusto, ma esperienza, radicamento e apertura.
Eventi internazionali come Wine Paris mostrano anche quanto il vino sia diventato un fenomeno planetario: accordi commerciali, network, partnership e collaborazioni crescono in modo esponenziale. Chi non partecipa rischia di restare marginale; ma chi partecipa senza strategia rischia solo di essere uno dei tanti. Per essere incisivi servono obiettivi chiari, capacità di raccontarsi, scelte collaborative sagge e una profonda comprensione dei trend globali. Dal mio punto di vista, come direttore di questo blog, fiere come Wine Paris sono termometri cruciali: ci dicono quali territori e produzioni vengono valorizzati, quali innovazioni vengono premiate e quali direzioni di crescita si profilano. Ma sono anche luoghi di confronto: comprendere il proprio ruolo nel mondo richiede consapevolezza culturale oltre che commerciale. Quanto siamo capaci di proiettare la nostra identità in un contesto internazionale mantenendo radici e autenticità? Questa è la vera sfida.
La globalizzazione del vino non è un rischio, ma un’opportunità da governare. Passa attraverso la capacità di comunicare, fare sistema e costruire ponti culturali tra produttori, territori e consumatori. Essere presenti significa affermare non solo la qualità del vino italiano, ma anche la capacità di dialogare con il mondo, aprendosi a nuove domande e a nuove forme di consumo.
Wine Paris non è soltanto una fiera: è una palestra di visione, confronto e progettualità. Come direttore, credo che il nostro compito sia raccontare questo fermento globale, analizzarlo criticamente e offrire strumenti di lettura per chi vuole trasformare ogni esposizione in un’occasione di crescita culturale e commerciale, mantenendo alta la tensione verso l’eccellenza. La sfida oggi non è solo esportare vino, ma esportare cultura, consapevolezza e apertura, elementi che rendono il patrimonio enologico italiano una risorsa condivisa su scala mondiale.



