L’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur continua a dividere politica e filiere produttive. Da una parte c’è chi lo considera un passaggio strategico inevitabile in un mondo sempre più competitivo; dall’altra chi lo vede come una minaccia per settori sensibili dell’economia europea. Il dibattito è acceso anche in Italia, dove le posizioni favorevoli e contrarie riflettono visioni molto diverse del futuro dell’agricoltura e del commercio.
Chi sostiene l’accordo parte da un dato di realtà: il Mercosur è un’area da oltre 250 milioni di consumatori, con una classe media in crescita e una domanda potenziale per i prodotti europei di qualità. Per comparti come il vino, l’intesa promette un vantaggio concreto: la progressiva eliminazione dei dazi, oggi particolarmente pesanti in Paesi come il Brasile, potrebbe rendere più competitivi i prodotti italiani e aprire spazi che finora sono rimasti marginali. A questo si aggiunge un quadro di regole più strutturato, con maggiore tutela delle indicazioni geografiche e standard comuni, elementi centrali per chi punta su qualità, origine e valore aggiunto.
Le perplessità, però, non sono poche. C’è anche chi ha espresso più volte una posizione critica, concentrandosi soprattutto sui rischi per l’agricoltura europea. Il timore è che l’ingresso sul mercato Ue di prodotti agroalimentari sudamericani – carne, zucchero, soia – realizzati con costi più bassi e standard ambientali e sanitari diversi, possa mettere in difficoltà le produzioni locali, comprimere i prezzi e penalizzare gli agricoltori. C’è poi una preoccupazione più ampia legata alla sostenibilità: per i contrari, l’accordo rischia di incentivare modelli produttivi intensivi e deforestazione, in contraddizione con gli obiettivi ambientali europei.
Il nodo, in fondo, è politico e culturale prima ancora che economico. Da un lato c’è l’idea che l’Europa debba difendere i propri confini produttivi per proteggere chi lavora la terra; dall’altro la convinzione che chiudersi non sia una soluzione e che la qualità europea, se adeguatamente tutelata, possa competere anche in mercati complessi e lontani.
Personalmente, guardando al vino e alle filiere ad alto valore aggiunto, vedo nell’accordo più opportunità che rischi. Non perché i timori siano infondati, ma perché un sistema che vive di export, identità e reputazione ha bisogno di regole chiare e di accesso ai mercati, non di nuove barriere. La vera sfida non è dire no agli accordi, ma accompagnarli con controlli seri, tutele efficaci e politiche di sostegno alle imprese più fragili. Il Mercosur, in questo senso, non è una minaccia in sé: è uno strumento. E come tutti gli strumenti, dipende da come lo si usa.
MERCOSUR: PERCHÉ PER IL VINO ITALIANO L’ACCORDO È UNA CHANCE




