Con la scomparsa di Arnaldo Caprai, l’Umbria perde una delle sue figure più decisive e visionarie. Non solo un imprenditore, ma un uomo che ha saputo cambiare il destino di un territorio attraverso il vino, restituendo dignità, futuro e riconoscibilità internazionale a un vitigno che rischiava l’oblio: il Sagrantino di Montefalco.
Caprai proveniva dal mondo del tessile, settore in cui aveva costruito il proprio successo imprenditoriale. È proprio da quella esperienza — fatta di rigore, visione industriale e capacità di leggere il mercato — che nasce, nel 1971, la scelta di investire a Montefalco, acquisendo la tenuta di Vigna Montenibbio. In un’epoca in cui il Sagrantino era ancora un vino rustico, prodotto in piccole quantità e poco conosciuto fuori dai confini locali, Caprai intuisce che quel vitigno difficile, austero, quasi ostinato, poteva diventare il simbolo di un’Umbria diversa: moderna, ambiziosa, capace di competere nel mondo.
La cantina Arnaldo Caprai nasce così, non come operazione nostalgica, ma come progetto culturale e produttivo. La vera svolta arriva negli anni Ottanta, quando entra in azienda il figlio Marco Caprai, che raccoglie l’intuizione del padre e la porta a compimento. Insieme — padre e figlio — avviano un lavoro pionieristico sul Sagrantino: ricerca agronomica, selezione clonale, collaborazione con università e centri di studio. Un approccio scientifico allora inusuale per il territorio, che contribuirà in modo decisivo al riconoscimento della DOCG Montefalco Sagrantino nel 1992.
Oggi la cantina Arnaldo Caprai è una delle realtà più autorevoli del vino italiano, punto di riferimento non solo per l’Umbria ma per l’intero panorama enologico nazionale. I suoi vini sono presenti nei mercati internazionali, studiati, degustati, discussi. Ma soprattutto hanno cambiato la percezione di un territorio, dimostrando che anche una regione appartata, lontana dalle grandi rotte del vino, poteva parlare al mondo con una voce forte e riconoscibile.
La morte di Arnaldo Caprai lascia un vuoto profondo. In Umbria, certo, ma anche in quel mondo del vino che oggi appare spesso frammentato tra narrazione e marketing. Caprai apparteneva a una generazione di imprenditori per cui il vino era prima di tutto responsabilità verso la terra, progetto di lungo periodo, costruzione paziente. Senza clamore, senza scorciatoie.
Resta l’eredità: un vitigno salvato, un territorio rilanciato, un’idea di impresa che ha saputo tenere insieme visione economica e rispetto culturale. E resta il lavoro di Marco Caprai, figlio e continuatore di quella intuizione originaria, che oggi rappresenta uno dei capitoli più solidi e riconosciuti del vino italiano contemporaneo. Accanto a Marco, nel percorso familiare, ci sono anche gli altri figli di Arnaldo, Luca e Arianna, parte di una storia che resta profondamente intrecciata alla dimensione familiare dell’impresa. La cantina Caprai, pur cresciuta fino a diventare una realtà internazionale, ha mantenuto nel tempo un’identità fortemente legata alla visione originaria del fondatore e a un’idea di continuità generazionale come valore, prima ancora che come strategia.