C’è un momento, nella vita di una denominazione, in cui la promozione smette di essere una semplice presenza e diventa racconto. È quello che accade quest’anno al Vinitaly, dove il Consorzio Tutela Vini Colli Euganei sceglie per la prima volta di dedicare uno stand interamente al Fior d’Arancio DOCG. Non una scelta espositiva qualsiasi, ma un gesto culturale preciso: isolare un vino per metterlo al centro, sottraendolo alla logica della molteplicità per restituirgli identità, profondità, voce.
Il Fior d’Arancio nasce da uve di Moscato Giallo in un territorio che non ha eguali nel panorama italiano: i Colli Euganei, rilievi di origine vulcanica in provincia di Padova, dove la vite convive da secoli con una biodiversità straordinaria. Qui la viticoltura non è mai stata invasiva, ma parte integrante di un paesaggio stratificato, fatto di boschi, sentieri, memorie letterarie e suoli complessi. Non è un caso che l’area sia oggi riconosciuta anche come Riserva della Biosfera MAB UNESCO: un sigillo che non riguarda solo la bellezza, ma l’equilibrio tra uomo e natura.
In questo contesto il Moscato Giallo trova una delle sue espressioni più identitarie. Diverso dal più noto Moscato Bianco, è un vitigno che qui ha costruito nel tempo una sua grammatica aromatica: floreale, agrumata, con richiami evidenti ai fiori d’arancio da cui prende il nome il vino. Il Fior d’Arancio DOCG, riconosciuto nel 2010, è prodotto in quantità limitate e in tre versioni — secca, spumante e passita — che ne raccontano altrettante anime. La versione secca sorprende per tensione e versatilità gastronomica, la spumante gioca su fragranza e immediatezza, mentre la passita restituisce profondità, concentrazione e capacità evolutiva.
Dedicargli uno stand significa dunque affermare che questo vino non è una semplice nicchia aromatica, ma un tassello culturale. Significa riconoscere che dietro ogni calice c’è una storia che parte da lontano: dalle rotte commerciali della Serenissima, che probabilmente portarono il Moscato Giallo dal Mediterraneo orientale, fino alle ville venete e alle tradizioni contadine che ne hanno custodito la coltivazione. È un vino che profuma di paesaggio e di storia, ma che oggi chiede anche di essere riletto con uno sguardo contemporaneo.
La degustazione proposta durante il Vinitaly va esattamente in questa direzione. Il Fior d’Arancio viene accostato a prodotti del territorio come il prosciutto crudo del Prosciuttificio Vittorio Soranzo e la fugàssa di Montagnana, dolce popolare a base di polenta e uvetta. Abbinamenti che non sono semplici esercizi gastronomici, ma strumenti di narrazione: raccontano una cultura materiale, un modo di vivere il vino come parte di un sistema più ampio, dove tradizione e quotidianità si intrecciano.
Non meno significativa è la presenza di Andrea Gori, che porterà al centro del dibattito il ruolo dei vini dolci nella tavola contemporanea. Un tema cruciale, perché per troppo tempo queste tipologie sono state confinate al momento del dessert, mentre oggi mostrano una versatilità che le rende protagoniste anche dell’aperitivo e della cucina salata. Il Fior d’Arancio, con le sue diverse declinazioni, incarna perfettamente questa evoluzione.
E poi c’è un altro livello, più sottile ma altrettanto importante, che riguarda il modo di bere oggi. Il ritorno a vini a più bassa gradazione alcolica, la ricerca di leggerezza, la curiosità delle nuove generazioni stanno ridefinendo le occasioni di consumo. In questo scenario si inserisce, quasi naturalmente, anche una rilettura contemporanea del Fior d’Arancio, come nello “Spritz Euganeo” ideato ad Arquà Petrarca: al posto del prosecco, il Moscato Giallo; al posto dell’oliva, una giuggiola sotto grappa; un equilibrio più morbido, con una gradazione intorno ai 7 gradi. Non è una provocazione, ma un segnale: un vino identitario può dialogare con il presente senza perdere la propria anima.
Resta però fondamentale non invertire le priorità. Il Fior d’Arancio non ha bisogno di travestimenti per esistere. È, prima di tutto, un grande vino, capace di raccontare un territorio e di evolvere nel tempo, soprattutto nella versione passita. La vera sfida è farlo uscire da una dimensione marginale e restituirgli il ruolo che merita: quello di interprete autentico di un paesaggio e di una cultura.
In questo senso, la scelta del Consorzio al Vinitaly segna un passaggio importante. Non si tratta solo di promuovere un prodotto, ma di costruire un immaginario. Di dire, con chiarezza, che il Fior d’Arancio è un vino “a sé”, da comprendere e apprezzare nella sua interezza. Un vino che tiene insieme storia, biodiversità, tecnica e sensibilità contemporanea. Un vino che, finalmente, trova lo spazio per essere “ascoltato”.
Al Vinitaly vi porterò con noi in un percorso di degustazione attraverso alcune espressioni di Moscato Giallo per tipologia, scelte per raccontarne al meglio il carattere e l’identità.
COLLI EUGANEI E FIOR D’ARANCIO: UN NUOVO RACCONTO AL VINITALY



