A Casa Maria Luigia, il progetto di ospitalità firmato da Massimo Bottura, l’Emilia‑Romagna si è presentata al Vinitaly con 90 cantine, masterclass e un racconto corale lungo la Via Emilia che unisce vino, cibo e turismo. Al centro, la Dop Economy da 3,9 miliardi e investimenti per sostenere qualità, export e identità territoriale.

Nella cornice di Casa Maria Luigia, la Regione sceglie di raccontarsi come sistema. Alessio Mammì, assessore regionale all’Agricoltura, insiste su un punto: l’identità emiliano-romagnola non si costruisce per singoli comparti ma attraverso una narrazione unitaria che tenga insieme vini, cucina, paesaggio e cultura.
Il padiglione al Vinitaly diventa così uno spazio di incontro più che una semplice vetrina: un luogo di degustazione e confronto, quasi un “simposio”, dove chef, vignaioli e territori dialogano. L’obiettivo è valorizzare la diversità – dai vitigni autoctoni ai nuovi progetti – senza perdere la visione comune. La qualità, sottolinea l’assessore, è cresciuta in modo significativo e rappresenta la leva principale per affrontare il calo dei consumi e competere sui mercati internazionali.
Alla domanda sulle risorse stanziate per la filiera, Mammì indica una strategia in due direzioni: rafforzare l’accoglienza in cantina e spingere l’internazionalizzazione. Parte dei fondi è destinata alla riqualificazione degli spazi, ai banchi di assaggio e alla costruzione di percorsi enogastronomici capaci di generare valore turistico. Parallelamente, la Regione guarda a nuovi mercati – dall’Asia al Sud America – senza perdere il presidio degli Stati Uniti, con missioni e presenza fieristica dedicate.
I numeri confermano il peso del comparto: la Dop Economy regionale vale 3,9 miliardi, di cui 455 milioni legati al vino, dentro un agroalimentare che supera i 37 miliardi e rappresenta una delle principali voci dell’export. In questo racconto entrano anche figure simbolo della cucina italiana come Carlo Cracco, ambasciatori di un modello che integra eccellenza gastronomica e produzione agricola.
Sul tema delle difficoltà del settore, l’assessore parla di una fase di trasformazione più che di crisi: consumi che cambiano, pressione climatica e costi crescenti richiedono politiche mirate. La priorità diventa creare reddito per i produttori, sostenere la transizione agronomica e proteggere le produzioni dagli effetti del cambiamento climatico, mantenendo al centro il consumo consapevole.
A emergere è una visione che lega vino, territorio e ospitalità. Lungo la Via Emilia prende forma un modello basato su coesione e apertura ai mercati, dove la competitività passa dalla capacità di raccontare storie, non solo etichette. Un racconto collettivo che punta sulla qualità come linguaggio comune e sull’esperienza come chiave per il futuro del vino emiliano-romagnolo.




