Dal 12 al 15 aprile riparte Vinitaly, 58ª edizione. Intervistiamo Sandro Bottega, titolare dell’omonima azienda trevigiana, presente in 150 Paesi, tra i brand di Prosecco più diffusi al mondo. Con lui esploriamo le novità di prodotto, le strategie di mercato e la visione internazionale sul Prosecco, spumante simbolo del made in Italy.

Sandro Bottega, tra un mese si apre il Vinitaly: che ruolo ha oggi per un’azienda come la vostra? Ci saranno novità di prodotto o iniziative strategiche?

Ha ancora un valore enorme: è il momento in cui presentiamo le nuove annate e rafforziamo i rapporti commerciali, e di questi tempi ce n’è bisogno più che mai. Quest’anno lanceremo cinque annate di Prosecco, dal 2021 al 2025, il nostro whisky, uscito subito dopo il Vinitaly dello scorso anno e ora al primo anno di vendite, con dati e feedback presto disponibili. Presenteremo anche un Cartizze da 6.000 bottiglie esclusivamente per l’Italia, un limoncino dell’Etna, un amaro zero alcol e una collezione di spumanti mini, “Amazonico”, pensata per la Generazione Z. Un’altra novità per  quanto riguarda il Prosecco è che punteremo su Conegliano, più che Valdobbiadene, andando a recuperarne l’origine vera. Inoltre, Bottega Eco: Prosecco leggero, biologico, con alcol al 10,5%, bottiglia più leggera di 600 grammi, tappo in cellulosa, etichetta e cartone riciclati: un packaging completamente sostenibile. E un nuovo modo di bere il Moscato: il Moscato dei Colli Euganei sarà servito con ghiaccio e fetta d’arancio. Nei momenti di crisi, investire è fondamentale.

Il Prosecco resta la denominazione italiana più esportata. Come stanno andando vendite e marginalità?

Il problema è che molti produttori non valorizzano il prodotto né qualitativamente né nell’immagine. Vendere al prezzo più basso non aiuta. Il mercato tiene, ma qualche segnale negativo si vede. Serve lavorare sul valore e la qualità: meglio bottiglie di eccellenza che produzioni sterminate senza anima.

Quali mercati stanno trainando la crescita e quali mostrano criticità?

Asia ed Europa tengono, anche Sud America, meno Russia ed Ucraina, aree difficili per motivi geopolitici in questo periodo. Anche la crisi mediorientale complica la logistica: ho otto container fermi. Negli Stati Uniti ci sono sempre criticità legate ai dazi e grande instabilità, mentre il mercato canadese resta stabile ma non cresce. È il periodo più complesso dagli anni ’80: dobbiamo resistere e puntare sulla qualità, perché il consumatore paghi per prodotti di valore.

Prosecco Bar, l’ultimo è stato aperto all’aeroporto di Madrid, mentre l’apertura a Odessa, in Ucraina, è rimandata con la speranza di una risoluzione del conflitto in tempi brevi. Questo format è ancora uno strumento di branding o un asset commerciale?

Un vero asset. Sono ormai 35 nel mondo, in luoghi strategici o iconici come le Maldive, e permettono di far conoscere e distribuire i nostri vini. In certi contesti il consumatore non ha il problema che dopo deve guidare. Stiamo rinnovando il concept: design e menu innovativi, piatti da km zero, abbinamenti inediti, se non opposti. Servono a educare il cliente, rafforzare il brand e stimolare la cultura del bere bene e dell’abbinamento in maniera creativa ma sempre attenta alla nostra tradizione.

Come difendete il valore del Prosecco dalla banalizzazione?

Con identità territoriale e innovazione tecnologica. Alcuni prodotti vanno “premiumizzati”, altri no. La grappa mantiene il suo livello, gin e whisky premium rappresentano la nostra evoluzione. È un equilibrio tra qualità, innovazione e cultura del consumatore.

Qual è la sfida più grande per il Prosecco nei prossimi cinque anni?

Pressione sui prezzi, cambiamento climatico e gusti delle nuove generazioni. Serve innovazione continua, formazione del team, educazione del cliente: è il produttore che deve raccontare la sua filosofia aziendale e il suo modo di interpretare un territorio, lo chef abbina, il sommelier spiega il vino. Solo così restiamo competitivi.

NoLo e mixology: moda o cambio strutturale nei consumi?

È un cambiamento reale, non una moda. I prodotti no o low alcol permettono di bere in momenti diversi. Gli spirits puri hanno un momento di consumo specifico: dopo cena, con un pezzo di cioccolato e un buon sigaro, invece nei cocktail diventano esperienze più friendly e trasversali. Il consumatore oggi vuole varietà, leggerezza e creatività. Il vino e gli spirits non sono solo da cena: vanno vissuti in nuovi contesti.

Vinitaly e mercati esteri: quali aree hanno il maggiore potenziale di crescita?

Bangkok, New Delhi e Balcani sono tappe strategiche. Noi siamo presenti da trent’anni, ma nuovi contatti aiutano a conquistare fiducia. L’educazione al gusto è fondamentale: ogni mercato ha tempi di maturazione, dobbiamo accompagnare importatori e sommelier a conoscere il Prosecco e noi dobbiamo conoscere i gusti dei nuovi consumatori, senza pregiudizi.