Il conto alla rovescia per Vinitaly segna anche l’ingresso ufficiale in Italia di una delle tendenze più discusse – e divisive – del momento: i vini No-Lo, ovvero senza alcol o a basso contenuto alcolico. Ne parliamo su Famiglia Cristiana in edicola e anche in questo editoriale, perché se all’estero rappresentano già un segmento in crescita, nel nostro Paese il 2026 si apre come un vero e proprio “anno zero”, grazie al via libera al decreto interministeriale Mef-Masaf di fine 2025 che consente finalmente di dealcolare anche in Italia.
Una novità normativa che arriva dopo un anno complesso per il settore e che, come sottolineato da Paolo Castelletti di Unione Italiana Vini, rappresenta una svolta importante per garantire condizioni competitive rispetto agli altri Paesi europei. Sempre più imprese italiane si stanno infatti preparando a investire in questa categoria, pur in un contesto che resta ancora sperimentale e, per certi versi, controverso.
Il dibattito è aperto: da un lato chi sostiene che il vino sia tale solo se contiene alcol e che la gradazione possa essere ridotta in modo naturale, lavorando meglio in vigna – a partire dalla gestione della vendemmia – e in cantina; dall’altro chi sceglie di esplorare la strada della dealcolazione, intervenendo tecnicamente sul prodotto per abbassare o eliminare l’alcol. Due visioni diverse che non necessariamente devono essere in competizione: piuttosto, possono convivere come espressioni di un settore che evolve e sperimenta.

È in questo scenario che nasce l’area Vinitaly-NoLo Experience, una delle principali novità della 58ª edizione. Una start up espositiva e culturale che riunisce 25 aziende tra brand e tecnologie, segnale concreto della volontà di investire in un segmento ancora di nicchia ma ad alto potenziale. Al suo interno, 13 aziende espositrici e una “Enoteca cocktail bar” con 28 etichette di 12 cantine propongono vini No-Lo sia in purezza sia in chiave mixology.
Ed è proprio qui che si apre una riflessione interessante: i vini dealcolati non sono – e non saranno mai – in competizione con il vino tradizionale, che resta espressione millenaria di cultura, territorio e lavoro in vigna. Piuttosto, rappresentano una nuova opportunità di consumo, un linguaggio diverso che può dialogare con le nuove generazioni e con mercati emergenti. L’importante è non perdere il centro: continuare a educare al vino “vero”, al bere consapevole, alla scoperta dei territori. Ma senza chiudere la porta alla sperimentazione.
Perché, se ben fatti, i No-Lo possono offrire esperienze interessanti sia nella degustazione in purezza sia nella miscelazione. La mixology, in questo senso, diventa un terreno fertile: cocktail a bassa o zero gradazione che mantengono complessità aromatica e aprono nuove occasioni di consumo, dall’aperitivo al pairing gastronomico.
I numeri, del resto, raccontano un trend chiaro. Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, il mercato dei No-Lo in Italia vale oggi 3,3 milioni di euro ma potrebbe raggiungere i 15 milioni nei prossimi quattro anni. A livello globale, si parla di 2,4 miliardi di dollari oggi, con una crescita prevista fino a 3,3 miliardi entro il 2028. Numeri ancora lontani dal vino tradizionale, ma sufficienti a giustificare attenzione e investimenti.
Tra le aziende protagoniste a Verona ci saranno realtà come Zonin, Valdo Spumanti, Pizzolato, Hofstätter, Frizero, Omnia Technologies e Mack & Schuhle Italia, insieme a molte altre. Nell’Enoteca cocktail bar spiccano nomi come Mionetto, Argea e Caviro, a testimonianza di un interesse trasversale lungo tutta la filiera.
Sul fronte tecnologico, uno dei temi chiave resta quello dei costi: i macchinari per la dealcolazione sono ancora molto onerosi e molte aziende, almeno inizialmente, si affideranno a contoterzisti. È qui che entra in gioco VasonGroup, che a Vinitaly presenta il mini-dealcolatore da laboratorio. Una soluzione compatta e accessibile pensata per la sperimentazione, che consente alle cantine di testare il prodotto su piccola scala prima di eventuali investimenti industriali.
Come sottolinea Albano Vason, il settore è ancora agli inizi: le aziende devono prima comprendere il mercato, studiare la domanda e trovare una propria interpretazione stilistica. Non a caso si diffonde anche il modello della dealcolazione in conto terzi, già utilizzato da realtà internazionali come Bohemia Manor Farm e Defined Wine, oltre che dalla stessa Frizero in Italia.
Il programma di Vinitaly riflette questa fase di esplorazione, con masterclass, degustazioni e workshop dedicati, tra cui “La misura del gusto” con Francesca Granelli e gli approfondimenti tecnici di Omnia Technologies e VasonGroup.
Momento centrale sarà anche il convegno “Vini dealcolati: consumi, consumatori e mercato”, in programma il 14 aprile, dove l’Osservatorio Uiv-Vinitaly analizzerà trend e prospettive del segmento, affiancato da altri incontri dedicati anche agli abbinamenti gastronomici con proposte di chef. Un segnale chiaro: il fenomeno non è più marginale, ma oggetto di studio e confronto strutturato.
In definitiva, più che una minaccia, i vini No-Lo rappresentano un’estensione del racconto del vino. Non sostituiscono, non competono, ma affiancano. Il cuore resta la vigna, la cultura, la storia. Ma intorno, come spesso accade nei momenti di cambiamento, nascono nuove strade. E forse la vera sfida sarà proprio questa: saperle esplorare senza perdere identità.




