Appena nominata Best Italian Wine Producer 2026 al concorso internazionale Mundus Vini, Fantini si conferma tra le realtà più solide e dinamiche del panorama enologico italiano. Un riconoscimento assegnato da una delle competizioni più autorevoli a livello globale, che ogni anno mette a confronto migliaia di vini da tutto il mondo.
Alla guida c’è Valentino Sciotti, imprenditore abruzzese che ha costruito una realtà capace di esportare oggi in 95 Paesi, con una produzione di circa 20 milioni di bottiglie e una presenza produttiva articolata in sette territori: Abruzzo, Puglia, Campania, Basilicata, Sicilia, Sardegna e Spagna con la cantina ad Almansa, in Castilla-La Mancha. Un modello che parte dal Centro-Sud Italia e si afferma sui mercati globali, portando il vino italiano dall’Europa all’Asia, fino all’Africa e all’Oceania.
Un percorso che racconta anche un’altra storia: quella di un’imprenditoria capace di valorizzare territori spesso considerati marginali, trasformandoli in protagonisti dell’export enologico mondiale.

Valentino Sciotti, Fantini è stata indicata tra i migliori produttori italiani da Mundus Vini: quanto conta oggi questo riconoscimento?
Oggi, in un momento in cui le guide hanno perso parte del loro appeal, le competizioni internazionali restano fondamentali. Parliamo di degustazioni alla cieca, con commissioni miste internazionali e migliaia di vini in gara: la credibilità è altissima. Essere stati nominati quattro volte negli ultimi sei anni miglior cantina italiana è un biglietto da visita importante quando ti presenti sui mercati. Il premio è dato dalla media dei risultati ottenuti dai vini: è una fotografia concreta della qualità complessiva.
Lei è un ceo sempre in viaggio: cosa significa guidare un gruppo internazionale “con la valigia in mano”?
Sto per partire per l’Indonesia, giusto il tempo di questa intervista tra un terminal e l’altro. Visito circa 40 Paesi l’anno e passo oltre 250 giorni fuori dall’Italia. Il successo non dipende solo dal fare buoni vini o da un bel packaging: bisogna essere presenti, capire i mercati, seguire i clienti. Ho iniziato l’anno in Australia e Nuova Zelanda, tre settimane dall’altra parte del mondo. Gli spazi si conquistano, e i clienti vogliono vedere il produttore: è così che si costruisce la fiducia nel tempo.
Il mercato del vino è attraversato da tensioni e cambiamenti: quali sono oggi i vostri punti di forza?
I nostri mercati principali sono Svizzera, Germania, Olanda, Canada e Giappone. Più che i dazi, pesa il cambiamento nei gusti: i rossi sono in calo, mentre crescono bianchi, rosati e bollicine, più freschi e immediati. Il consumatore cerca vini verticali, puliti, meno segnati dal legno. Noi lavoriamo sulla fascia media: chi spende tra i 15 e i 25 euro non cerca il prezzo più basso, ma un vino che lo soddisfi davvero. Ridurre i prezzi non è la soluzione: significherebbe penalizzare il lavoro agricolo, l’anello più fragile della filiera, che già combatte con il rincaro del carburante e dei concimi: se abbassiamo il prezzo dell’uva mettiamo in ginocchio l’agricoltore, compromettendo la sostenibilità sociale.
State guardando anche a nuovi mercati?
Siamo già presenti in oltre novanta Paesi, ma oggi guardiamo con grande attenzione all’Africa. È un continente che ricorda l’Asia di 25 anni fa: mercati emergenti, con margini di crescita importanti. Pensiamo a Paesi come Nigeria, Kenya, Mozambico, oltre al Sudafrica dove siamo già attivi da diverso tempo. Bisogna individuare le aree con una classe media in sviluppo e una crescita turistica.
Lei è stato nominato ambasciatore dell’Abruzzo nel mondo. Quanto conta oggi l’identità dei vitigni autoctoni?
È uno dei grandi punti di forza dell’Italia. Abbiamo il patrimonio ampelografico più ricco a livello planetario e questo ci rende unici. I consumatori, soprattutto i più giovani, non vogliono bere sempre gli stessi vini: se scelgono l’Italia, cercano l’Italia. Montepulciano, Pecorino, vitigni identitari. Noi vendiamo grazie al brand Made in Italy, che ha un fascino enorme, rafforzato anche dal successo globale della nostra cucina, da poco riconosciuta patrimonio Unesco.
Guardando al Vinitaly, cosa presenterete?
Quest’anno niente nuovi prodotti: lavoreremo sul restyling del packaging e sul consolidamento delle etichette esistenti. Troppe novità rischiano di confondere il cliente. Continuiamo a investire sulla cantina spagnola, che vogliamo far conoscere sempre di più.
E sul tema no e low alcol?
È un tema attuale, soprattutto tra i giovani, ma non credo nei vini dealcolati: sono processi industriali che snaturano il prodotto. La strada giusta è lavorare in vigna e in cantina per ottenere vini naturalmente più leggeri, con uno o due gradi in meno, anticipando la vendemmia e puntando su freschezza e bevibilità. Il vino deve restare tale, non trasformarsi in qualcosa di totalmente diverso, che oltretutto incide sulla sostenibilità.
In un contesto globale complesso, è ancora possibile restare competitivi?
È difficile, ma necessario. Le tensioni internazionali pesano, ma stiamo facendo di tutto per non scaricare i costi sul consumatore. Difendiamo il nostro posizionamento, anche a costo di ridurre i margini. È una fase che richiede visione e resistenza.



