C’è un tema che sta entrando con decisione nel dibattito sul futuro del vino italiano, e non riguarda solo il gusto nel calice ma il modo stesso di coltivare la vite. Venerdì 8 maggio a Milano, al Grand Visconti Palace, se ne parlerà in un convegno che ha già il sapore dell’attualità: “Attualità e prospettive dei vitigni piwi in Lombardia – Il progetto VITIRES”, promosso dalla Facoltà di Scienze agrarie e alimentari dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con Fisar e Piwi International. A seguire, non a caso, una degustazione di vini lombardi ottenuti da queste varietà: perché il punto non è solo teorico, ma concreto, agricolo ed enologico insieme.
I vitigni piwi – acronimo del tedesco Pilzwiderstandsfähige, cioè resistenti (o più correttamente tolleranti) ai funghi – rappresentano una delle risposte più discusse e promettenti alla viticoltura del nostro tempo. Nascono da incroci complessi tra la vite europea (vitis vinifera) e altre specie del genere vitis, in particolare americane e asiatiche, da cui ereditano la capacità di resistere alle principali malattie fungine, come peronospora e oidio. Le varietà di nuova generazione, però, hanno oggi oltre il 95% di dna di vite europea: un dato che segna una distanza netta rispetto agli ibridi del passato e che riapre la questione, anche culturale, della loro piena legittimazione nel mondo del vino di qualità.
Il punto centrale è agronomico prima ancora che enologico: queste viti consentono di ridurre drasticamente i trattamenti fitosanitari, con un impatto diretto su sostenibilità, costi e ambiente. In un’epoca in cui la viticoltura è sempre più esposta a pressioni climatiche e normative, il tema non è marginale. Secondo i dati aggiornati al 2025, sono 36 i vitigni piwi iscritti al Registro nazionale delle varietà di vite: 18 a bacca rossa, 17 a bacca bianca e uno a bacca rosata. La Lombardia è tra le regioni italiane dove la loro coltivazione è già consentita e in crescita: oltre 30 aziende li hanno introdotti, con più di 50 etichette già sul mercato.
Non è però un percorso lineare né uniforme. Il precedente progetto Vitaval, che ha studiato l’adattamento dei vitigni tolleranti alle crittogame in Lombardia, ha mostrato una realtà più complessa: i piwi non si comportano tutti allo stesso modo. Cambiano le epoche di maturazione, cambia la risposta ai diversi ambienti pedoclimatici, cambia la qualità delle uve. È proprio questa variabilità che oggi rappresenta, allo stesso tempo, una sfida e una risorsa: significa che non esiste un modello unico, ma una mappa da costruire, vitigno per vitigno, territorio per territorio.
Il progetto Vitires si inserisce in questa linea di ricerca, cercando di mettere a sistema dati, esperienze e prospettive. Non si tratta solo di capire se i piwi funzionano, ma dove e come funzionano meglio, e soprattutto che tipo di vino possono generare. Perché, alla fine, è sempre il bicchiere a decidere.
Il contesto in cui questo dibattito si muove è quello di una viticoltura che sta cambiando pelle. Da un lato le richieste del mercato – sempre più attente alla sostenibilità e alla salubrità – dall’altro la necessità, sempre meno rinviabile, di ridurre l’impatto ambientale. In mezzo, il tema dell’identità: quanto un vitigno “nuovo”, anche se geneticamente vicino alla vinifera, può entrare nel racconto di territori costruiti su varietà storiche?
È qui che il confronto diventa interessante e, a tratti, anche divisivo. I piwi non sono una scorciatoia, né una soluzione magica. Sono una strada possibile, che richiede tempo, studio e soprattutto verifica sul campo. Anche per questo, l’appuntamento milanese arriva in un momento in cui le domande sono forse più importanti delle risposte.
Intanto, qualcosa si muove. Le prime degustazioni iniziano a restituire vini sempre più convincenti, lontani dai pregiudizi che per anni hanno accompagnato gli ibridi. Le aziende sperimentano, i ricercatori misurano, il mercato osserva. E il tempo, come spesso accade nel vino, farà la sua parte.
Per ora, resta un dato: parlare di piwi oggi significa parlare del futuro prossimo della viticoltura. Non in astratto, ma nei vigneti, nelle cantine, nelle scelte quotidiane di chi il vino lo produce davvero. A Milano, l’8 maggio, questo futuro entrerà nel dibattito con numeri, ricerca e assaggi. Il resto, come sempre, sarà affidato al tempo.