C’è un dato che oggi preoccupa il mondo del vino quasi quanto i dazi stessi: l’incertezza. Perché il mercato americano, primo sbocco extraeuropeo per molte cantine italiane, continua a muoversi tra minacce, rinvii, ricorsi e accordi ancora fragili. E il risultato si vede già nei numeri.
A lanciare l’allarme è stato il presidente di Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi, dopo la bocciatura da parte della Corte del Commercio internazionale dei nuovi dazi globali e le tensioni legate all’accordo commerciale di Turnberry firmato in Scozia nell’agosto scorso. “Le recenti minacce e bocciature amplificano l’incertezza: per le imprese è un danno che si aggiunge al danno”, ha spiegato Frescobaldi, definendo la possibile ratifica dell’accordo “un male necessario”.
Nel frattempo il mercato sta già pagando il conto. Secondo i dati dell’Osservatorio Uiv, l’export italiano del vino verso gli Stati Uniti nel 2025 ha registrato un calo del 9,2%, pari a 178 milioni di euro in meno, con un crollo del 23% nell’ultimo semestre dell’anno. Ancora più pesante il dato del primo trimestre 2026: -20% tendenziale, circa 105 milioni di euro persi. È il peggior avvio d’anno dal 2022, anche se aprile potrebbe mostrare un primo lieve rimbalzo.
Ma il problema non riguarda solo le aziende italiane. A soffrire è anche l’intera filiera americana del vino. La United Staes Wine Trade Alliance — che riunisce importatori, distributori, ristoratori ed enotecari — parla apertamente di “danno reale e diffuso” per l’economia statunitense. Le vendite sarebbero diminuite tra il 5% e il 15%, con effetti visibili anche nei ristoranti: secondo Datassential, le carte dei vini propongono oggi il 37% in meno di etichette bianche europee e il 26% in meno di rossi.
Il rischio è che, oltre ai volumi, si impoverisca anche il racconto culturale del vino italiano negli Stati Uniti. Perché una bottiglia non è soltanto un prodotto commerciale: è territorio, identità, paesaggio, memoria agricola. E quando i mercati diventano instabili, le prime a soffrire sono spesso proprio le produzioni più legate alla qualità e alla narrazione del territorio.
Il vino, del resto, vive di tempi lunghi. Le guerre commerciali, invece, ragionano nel breve periodo. Ed è forse questa la contraddizione più grande che oggi il settore si trova ad affrontare.