Da Roma a Milano, poi New York e Londra: il roadshow promosso da Chiara Soldati riporta al centro l’eredità di uno degli intellettuali più originali del Novecento italiano, capace di intuire prima di molti altri che vino, cibo, paesaggio e persone costituiscono un’unica storia. Il 6 ottobre il nuovo appuntamento al Laboratorio della Fondazione Mondadori, nel cuore di Brera.

“Il mondo non è ciò che penso, ma ciò che vivo”, scriveva Maurice Merleau-Ponty. È una frase che sembra fatta per accompagnare il viaggio di Mario Soldati attraverso l’Italia: perché Soldati non fu mai un osservatore da lontano. Il suo metodo era quello dell’incontro, della curiosità, dell’esperienza diretta. Andare, vedere, ascoltare, assaggiare, parlare con le persone. E poi raccontare.
È forse questa la ragione più profonda per cui, a 120 anni dalla nascita, la sua voce continua a risultare sorprendentemente contemporanea. Scrittore, regista, giornalista, autore televisivo e viaggiatore, Soldati attraversò linguaggi diversi senza mai rinunciare a una stessa tensione: cercare nell’Italia concreta, quella dei paesi e delle campagne, delle tavole e delle cantine, delle persone e dei mestieri, una parte essenziale della sua identità.
Il vino, in questo percorso, non fu una parentesi gastronomica. Fu una chiave di lettura del Paese.
Quando nel 1957 realizzò per la Rai Viaggio nella valle del Po. Alla ricerca dei cibi genuini, Soldati portò per la prima volta in televisione un’Italia rurale raccontata attraverso i suoi prodotti, le sue consuetudini, le sue persone. Non era ancora lo storytelling territoriale che oggi è diventato una categoria della comunicazione enogastronomica. Era qualcosa di molto più istintivo e, proprio per questo, più moderno: l’idea che dietro un alimento ci fossero una geografia, una storia, una comunità.
Dodici anni più tardi quella intuizione avrebbe trovato la sua forma più compiuta in Vino al vino, il grande reportage nato dai viaggi compiuti da Soldati lungo la penisola alla ricerca dei vini genuini. Non una guida enologica nel senso tradizionale, e neppure un catalogo di degustazione: piuttosto un viaggio nella civiltà italiana attraverso il bicchiere. Il vino diventava il punto di partenza per arrivare agli uomini che lo producevano, alle terre da cui nasceva, ai paesaggi che lo rendevano possibile.
È proprio questa idea di vino come espressione di una cultura e non come semplice prodotto a rendere ancora attuale Soldati. In un’epoca nella quale il racconto del territorio è diventato uno degli strumenti più potenti della comunicazione del vino, lui aveva già intuito che nessuna bottiglia può essere davvero compresa se viene separata dal luogo, dalle persone e dalla storia che contiene.
Il 120° anniversario della nascita diventa così l’occasione per riportare quella lezione fuori dai libri e dentro un nuovo itinerario internazionale. Questo il senso del roadshow promosso che, dopo l’appuntamento inaugurale di Roma del 18 maggio, arriva stasera a Milano, alle 18.30, al Laboratorio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, in via Marco Formentini 10.
La sede non è casuale. Il Laboratorio della Fondazione Mondadori è nato come spazio dedicato alla cultura editoriale, alla scrittura, alla lettura e ai mestieri del libro. Si trova nel cuore di Brera, negli ambienti dell’antica ex Canonica della chiesa di San Carpoforo, un luogo storico trasformato in un centro aperto al confronto tra professionisti, studiosi e pubblico. È dunque un contesto particolarmente coerente con una serata dedicata a un uomo che dell’arte del raccontare aveva fatto una forma di conoscenza.
Ad aprire l’incontro saranno i saluti di Luca Formenton, presidente della Fondazione Mondadori, mentre Paolo Verri, direttore generale della Fondazione, modererà il talk. Con Chiara Soldati interverranno Giuseppe D’Avino, presidente del Premio Strega, Arturo Artom e Maddalena Fossati, direttrice de La Cucina Italiana. Alla serata sarà inoltre associata la mostra documentaria Mario Soldati negli Archivi Mondadori, che attraverso lettere, fotografie, libri, periodici, telegrammi e bozze ricostruisce il rapporto tra lo scrittore e la casa editrice e, insieme, l’officina concreta nella quale prendevano forma i suoi libri.

(Chiara Soldati, alla guida dell’azienda vitivinicola La Scolca, è Cavaliere del Lavoro)

Non sarà dunque soltanto una celebrazione biografica. Il punto è interrogarsi su quanto il metodo di Soldati abbia ancora da dire in un tempo dominato dalla velocità, dai social network e dall’intelligenza artificiale. Perché il suo modo di raccontare era, in fondo, l’opposto della comunicazione disincarnata: prima veniva il viaggio, poi la conoscenza; prima l’incontro, poi la narrazione.
Ed è qui che il percorso promosso da Chiara Soldati acquista un significato che va oltre la ricorrenza familiare e letteraria. Alla guida de La Scolca dal 1998, Chiara Soldati ha trasformato negli anni la storica azienda di Gavi in una realtà fortemente internazionale, portando il nome del territorio piemontese sui mercati e nei luoghi più prestigiosi del mondo. L’azienda, fondata nel 1919, ha costruito una parte importante della propria identità internazionale attorno al Gavi e alla valorizzazione del Cortese. Sotto la sua guida, l’export ha raggiunto una quota superiore al 70 per cento. È un lavoro che presenta una singolare consonanza con la lezione di Mario Soldati. Da una parte c’è chi ha percorso l’Italia per scoprire e raccontare ciò che il mondo ancora non conosceva; dall’altra chi, partendo da un territorio preciso e da un vino fortemente identitario, ha portato quel territorio nel mondo senza separarlo dalla sua origine.
Non è soltanto una questione di promozione. È una diversa idea di eccellenza italiana: non quella che si limita a esibire un prodotto, ma quella che riesce a renderne comprensibile la storia, la cultura e il carattere. Lo stesso Soldati, del resto, aveva un’idea tutt’altro che astratta della qualità. In Vino al vino non cercava necessariamente il vino più famoso, ma quello capace di raccontare meglio il luogo da cui proveniva. La sua ricerca della “genuinità” non coincideva con una nostalgia per il passato: era piuttosto una difesa dell’autenticità contro l’omologazione. Il vino, per lui, acquistava valore proprio perché non era intercambiabile, perché portava con sé una precisa geografia umana e naturale.
È forse questo il punto nel quale la sua eredità appare oggi più preziosa. In un mercato globale nel quale le bottiglie viaggiano velocemente e le immagini possono trasformare qualunque prodotto in un oggetto aspirazionale, Soldati ricorda che l’identità non si costruisce soltanto attraverso la comunicazione: nasce prima di tutto dalla sostanza di ciò che si racconta. Il suo sguardo era anche profondamente umano. Il vino non era mai soltanto nel bicchiere: c’erano il contadino, il produttore, il paesaggio, la cucina, il tempo necessario perché una storia diventasse riconoscibile. Per questo il suo lavoro ha anticipato di decenni quella che oggi chiamiamo cultura del territorio.
Il viaggio celebrativo continuerà dopo Milano. Il 26 ottobre sarà a New York, nell’ambito del programma di Vinitaly USA al Pier 36, e il 18 novembre arriverà a Londra, all’Istituto Italiano di Cultura e all’Ambasciata d’Italia, durante la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. Il percorso assume così una direzione coerente con la natura stessa di Soldati: partire dall’Italia per raccontare l’Italia fuori dai suoi confini.
E forse è proprio questa la maniera più fedele di celebrarlo: non trasformarlo in una figura immobile del passato, ma rimetterlo in viaggio. Perché Mario Soldati aveva capito una cosa che oggi, nell’epoca della comunicazione globale, rischiamo paradossalmente di dimenticare: per raccontare davvero un’eccellenza bisogna prima comprenderne il luogo, le persone e la storia. Il vino può arrivare sulle tavole più lontane del mondo, ma il suo significato nasce sempre da una terra precisa. È una lezione che il tempo non ha consumato. Al contrario, mentre il Gavi La Scolca continua a viaggiare dal Piemonte verso i grandi mercati internazionali, il nome di Mario Soldati torna a viaggiare con esso come parte di una stessa idea di Italia: colta ma concreta, capace di guardare al mondo senza smarrire il luogo da cui proviene.
E forse è proprio qui che i 120 anni dalla nascita diventano qualcosa di più di un anniversario. Diventano una domanda sul presente: quanto sappiamo ancora raccontare ciò che rende un luogo unico?