Si è aperta la 58ª edizione di Vinitaly in un clima che, più che celebrativo, è segnato dalla necessità di leggere con attenzione ciò che sta accadendo attorno al vino italiano. Tra gli appuntamenti più seguiti, il convegno di Federvini ha offerto una fotografia lucida di un settore che continua a muoversi tra pressioni internazionali e nuove traiettorie di sviluppo.
A un anno dall’introduzione dei dazi statunitensi, il quadro resta complesso. Il presidente Giacomo Ponti ha richiamato le tensioni geopolitiche che incidono sugli equilibri economici globali, a partire dal Medioriente, sottolineando come le imprese italiane si trovino a operare in uno scenario instabile, dove programmare diventa sempre più difficile. Eppure, proprio in questo contesto, il sistema vino italiano continua a dimostrare una capacità di tenuta che non è solo economica, ma anche culturale: quella di portare nel mondo un’idea di qualità e di stile di vita riconoscibile.
I numeri raccontano un 2025 in flessione sul fronte export, con un calo del 3,6% pari a circa 300 milioni di euro. A pesare è soprattutto il mercato statunitense, dove le importazioni di vino italiano hanno segnato un -12% dopo l’introduzione dei dazi, con un inizio 2026 ancora più difficile. Ma il dato va letto in prospettiva: l’Italia tiene meglio rispetto ad altri grandi competitor come Francia, Spagna o Cile, segno che la struttura del nostro export, pur sotto pressione, resta solida.
Accanto alle criticità emergono però nuove direttrici. Gli accordi di libero scambio promossi dall’Unione Europea aprono scenari interessanti, a partire dal Mercosur, un’area da 260 milioni di abitanti dove le importazioni di vino sono cresciute del 45% negli ultimi cinque anni e dove il vino italiano è già presente con una quota significativa. Ancora più dinamico il caso dell’India, dove il Prosecco ha registrato una crescita del 165% e dove la riduzione dei dazi potrebbe cambiare radicalmente le prospettive di accesso a un mercato enorme. Anche l’intesa con l’Australia va nella stessa direzione, eliminando le barriere tariffarie in un Paese ad alto potere d’acquisto.
Ma il cambiamento non riguarda solo la geografia dei mercati. Come ha evidenziato Albiera Antinori, è la domanda stessa a evolvere: non tanto nei volumi, quanto nella qualità delle scelte. I consumatori sono più selettivi, cercano identità, territorio, riconoscibilità. È un passaggio che si riflette anche nel mercato interno, dove la grande distribuzione tiene a valore pur con una leggera contrazione dei volumi, e dove gli spumanti continuano a crescere, confermando una tendenza ormai consolidata.
Fuori casa, il quadro è ancora più articolato. Il mercato complessivo cresce leggermente a valore, ma il vino registra una flessione, mentre le bollicine mostrano una maggiore capacità di resistenza, soprattutto nei contesti di fascia alta. Si afferma un consumo più attento, meno legato alla quantità e più all’esperienza, con una moderazione che attraversa tutte le generazioni, pur con dinamiche diverse.
È proprio questo uno dei punti centrali emersi dal confronto: il modello italiano non si basa sull’eccesso, ma su un equilibrio che tiene insieme cultura, convivialità e misura. Un modello che, come è stato ricordato anche negli studi presentati da Federvini, si lega profondamente alla cucina italiana e a un modo di stare a tavola che oggi rappresenta un elemento distintivo anche a livello internazionale.
Vinitaly, in questo senso, non è solo una vetrina, ma uno spazio in cui queste trasformazioni diventano visibili. Tra dazi, nuovi mercati e consumi che cambiano, il vino italiano si trova davanti a una fase di passaggio, in cui la sfida non è solo difendere le posizioni acquisite, ma capire dove e come crescere, restando fedele alla propria identità.
VINITALY 2026, FEDERVINI: TRA DAZI E NUOVI MERCATI, IL VINO ITALIANO RIDEFINISCE L’EXPORT GLOBALE




