Al Vinitaly si è acceso il confronto su uno dei temi più attuali del settore: i vini no e low alcol, sempre più al centro delle strategie produttive e delle nuove abitudini di consumo, soprattutto tra i giovani. Il convegno di questa mattina ha messo in fila numeri e prospettive di un segmento ancora piccolo, ma in forte movimento, destinato a incidere sugli equilibri del mercato nei prossimi anni.
Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, nel 2025 Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno generato vendite per oltre 1,2 miliardi di euro nella grande distribuzione, con circa 160 milioni di bottiglie di vini NoLo immesse sul mercato. Un segmento che cresce, ma con dinamiche interne differenziate: avanzano gli alcohol-free, mentre rallentano i low alcohol. In particolare, sono gli spumanti “zero” a trainare la domanda, con performance significative in Regno Unito (+24%, +17% per i prodotti italiani) e negli Stati Uniti (+15%, con l’Italia che segna addirittura un +200%).
È in questo contesto che si inserisce il debutto produttivo dell’Italia nel segmento dei dealcolati, dopo anni di stallo normativo. Finora destinati quasi esclusivamente all’estero, questi prodotti vedono oggi una svolta: per il 2026 è atteso un incremento della produzione del +90%, con una vocazione fortemente orientata all’export (91%) e una prevalenza del canale retail (77%). Già la metà delle aziende coinvolte prevede di avviare la produzione direttamente in Italia.
L’offerta si sta rapidamente diversificando: i no-alcohol rappresentano il 54% delle referenze, ma cresce in modo evidente anche la categoria delle “bevande a base vino”, passata dal 3% al 27% in un solo anno. I mercati di riferimento restano il Nord America e l’area DACH (Germania, Austria, Svizzera), ma tra le nuove direttrici emergono Messico, Polonia, Cina, oltre a Medio Oriente e Africa.
Dietro questi numeri c’è un cambiamento culturale, che riguarda in particolare le nuove generazioni. I consumatori più giovani, soprattutto la Gen Z, mostrano un interesse crescente per queste tipologie: in mercati come Stati Uniti e Regno Unito, i vini dealcolati iniziano a essere preferiti persino alla birra in alcune occasioni di consumo. Le motivazioni restano legate principalmente alla salute, ma cresce anche la percezione qualitativa del prodotto, che oggi convince una quota sempre più ampia di pubblico. Resta però un nodo aperto: il gusto, indicato ancora come limite da circa il 25% dei potenziali consumatori, anche se il miglioramento qualitativo sta progressivamente riducendo questa distanza.
Diverso il quadro italiano, dove il consumo rimane fortemente ancorato alla tradizione. Il mercato dei no-alcol è ancora tutto da costruire: il 94% dei non consumatori di alcolici dichiara di non aver acquistato prodotti di questa categoria negli ultimi sei mesi, percentuale che sale al 98% tra i più giovani. Tra le motivazioni di utilizzo, prevale la necessità di guidare (50%, 56% tra i Gen Z), segno di un consumo ancora funzionale più che identitario.
Anche nel fuori casa la diffusione è limitata. Secondo l’Osservatorio Fipe-Uiv “Vino & Ristorazione”, il 71% dei ristoratori non è interessato a inserire vini dealcolati in carta, mentre solo il 3% li propone già con risultati positivi. Un dato che conferma come il cambiamento sia ancora agli inizi, soprattutto nel canale horeca.
Il tema, però, è ormai sul tavolo. Vinitaly ha scelto di intercettarlo con un progetto dedicato, il NoLo Vinitaly Experience, uno spazio pensato per produttori e operatori con degustazioni e masterclass, a dimostrazione di come il settore stia cercando di leggere e anticipare le trasformazioni in atto.
Il vino, anche quando cambia forma e gradazione, resta così al centro di una riflessione più ampia: quella sul modo in cui si consuma, si racconta e si trasmette alle nuove generazioni. E proprio da qui passa una parte importante del futuro del comparto.