Il Bardolino era il “vino simpatico” di Luigi Veronelli. Andy Warhol, padre indiscusso della Pop Art, è stato immortalato con una bottiglia di Bardolino, quasi a suggellare un’affinità elettiva tra questo rosso gardesano e un’idea di vino capace di entrare nella vita quotidiana, parlare a tutti e attraversare i linguaggi del proprio tempo. È da qui che occorre partire per comprendere il senso del centenario del Consorzio Vini Bardolino, celebrato con una serie di appuntamenti che hanno intrecciato memoria, degustazione, confronto culturale e visione del futuro. Perché il claim scelto, “Vino: pensare Top e progettare Pop”, non è soltanto uno slogan efficace: è una dichiarazione d’intenti, un modo di rivendicare il valore della semplicità senza confonderla con la superficialità, dell’accessibilità senza rinunciare alla qualità, della leggerezza senza scivolare nella banalità.

Il Bardolino è pop perché è immediato, conviviale, versatile, generalmente contenuto nel tenore alcolico e accessibile anche sul piano economico. Ma soprattutto perché intercetta un modo contemporaneo di intendere il vino: meno legato alla ricerca dell’effetto, più vicino alla tavola, alla condivisione e al piacere di bere bene senza soggezione. È un vino che non chiede di essere decifrato attraverso un rituale, ma invita a essere bevuto, compreso e ricordato. Una vocazione che oggi appare particolarmente attuale, in un mercato in cui il consumatore, soprattutto quello più giovane, guarda con interesse a vini freschi, agili, gastronomici e capaci di accompagnare occasioni diverse, senza necessariamente inseguire concentrazione, potenza alcolica e strutture imponenti. La contemporaneità del Bardolino, tuttavia, non nasce da una rottura con il passato. Al contrario, trova nelle proprie radici territoriali la ragione più autentica per guardare avanti. Lo dimostra anche l’opera luminosa realizzata dall’artista Marco Lodola per il centenario del Consorzio, svelata durante la serata di gala alla presenza dei produttori e delle istituzioni. L’installazione traduce in un linguaggio immediato e pop una riflessione sul rapporto fra identità e futuro: un albero, le cui radici evocano la storia e il legame con la terra, mentre i volti dei produttori, trasformati in foglie e frutti, restituiscono centralità alle persone che custodiscono e rinnovano la denominazione. La chioma si apre verso l’esterno, verso nuovi mercati e nuove possibilità di racconto. È un’immagine efficace anche per leggere il percorso del Bardolino: una denominazione che può rinnovarsi proprio perché non perde il contatto con ciò che la rende riconoscibile.

L’installazione realizzata da Marco Lodola è inserita nel palinsesto di Art Verona
Il centenario ha offerto l’occasione per ripercorrere un secolo di tutela consortile, ma anche per interrogarsi sul ruolo del vino nella società di oggi. Il Consorzio di difesa del vino tipico nacque nel 1926, quando il riconoscimento del legame fra prodotto e territorio cominciava ad assumere una funzione decisiva per la protezione e la valorizzazione delle produzioni locali. La storia del Bardolino, peraltro, è più antica: le prime tracce della viticoltura gardesana risalgono all’epoca romana, mentre nel Medioevo la coltivazione della vite si consolidò anche grazie all’impulso delle istituzioni religiose. Nell’Ottocento il vino cominciò ad affermarsi con il nome di Bardolino e fu descritto dallo storico e letterato Giuseppe Solitro come capace di competere “con i migliori della penisola”. La sua notorietà crebbe fino a raggiungere mercati internazionali: tra gli episodi più curiosi, il servizio negli alberghi svizzeri con il nome di Beaujolais, segno di una popolarità che talvolta finiva per oscurarne la vera provenienza. Nel Novecento, secondo la ricostruzione storica richiamata dal Consorzio, il Bardolino arrivò persino a essere definito dal giornalista enologico Zeffiro Bocci il “vino più plagiato d’Italia”.
Dopo i riconoscimenti ottenuti negli anni Venti alla Mostra Campionaria Vini Veronesi di Verona, la denominazione intraprese un percorso di progressiva affermazione, che dagli anni Quaranta e Cinquanta si estese ai mercati internazionali, a partire dagli Stati Uniti. L’approvazione della Doc nel 1968 e la nascita, nel 1969, dell’attuale Consorzio di tutela segnarono l’avvio della fase moderna. Dagli anni Duemila, il rinnovamento dei vigneti e la riscoperta dell’identità territoriale e stilistica hanno accompagnato un cambiamento profondo, oggi sempre più evidente nel profilo dei vini.

Masterclass Bardolino e Chiaretto di Bardolino
“Il vino deve essere semplice, comprensibile e accessibile a tutti”, ha dichiarato Fabio Dei Micheli, presidente del Consorzio Vini Bardolino (nella foto sopra), sintetizzando il senso del progetto celebrativo. “Il nostro approccio pop prende ispirazione dalla Pop Art, capace di trasformare oggetti di consumo popolare attraverso un linguaggio ironico e immediato. Con il Bardolino vogliamo fare lo stesso, per parlare a un pubblico sempre più ampio, a partire dai turisti che già incontriamo sui nostri territori”.
Questo tema è stato al centro del convegno “Voltiamoci avanti – Vino: pensare Top e progettare Pop”, organizzato al Centro Congressi di Garda nell’ambito delle celebrazioni del centenario. Dopo i saluti del sindaco di Garda, Davide Bendinelli, sono arrivati i videomessaggi del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e del presidente della Regione Veneto Alberto Stefani, che hanno richiamato anche la funzione del vino nel presidio e nella tutela del territorio. Carlo Flamini, responsabile dell’Osservatorio del Vino di Unione Italiana Vini, ha invitato a considerare la concorrenza sempre più ampia di bevande capaci di rispondere a bisogni diversi. La risposta, ha osservato, non consiste necessariamente nel modificare il prodotto o il linguaggio, quanto piuttosto nell’intercettare nuove esigenze e rendersi visibili nei luoghi e nei momenti in cui si manifestano i consumi. Per il Bardolino, la prima opportunità è rappresentata proprio dal territorio, con i suoi importanti flussi turistici, la ristorazione e i luoghi di aggregazione, insieme alla formazione degli operatori. La tavola rotonda, moderata dal giornalista Giacomo Mojoli, esperto di attualità e dinamiche economico-sociali del mondo del vino, ha allargato il confronto a professionalità provenienti da ambiti differenti. Sono intervenuti Andrea Amadei, sommelier, gastronomo e content curator di The Art of Wine; Renato Bosco, pizzaiolo e fondatore di Renato Bosco; Andrea Pernigo, presidente di Pernigo Group; Diego Rossi, chef e titolare del ristorante Trippa; e Margherita Tovo, cofondatrice di Meracinque. Semplicità, coerenza, autenticità, trasparenza e immediatezza del messaggio sono emerse come condizioni essenziali per costruire una denominazione riconoscibile, capace di dialogare con la ristorazione, con i nuovi consumatori e con un sistema turistico che non può più considerare il vino un elemento isolato.

È proprio il turismo, più che il solo enoturismo, a rappresentare una delle chiavi strategiche per il futuro del Bardolino. Il lago di Garda è una destinazione internazionale, attraversata ogni anno da milioni di visitatori, molti dei quali provengono dagli stessi Paesi che costituiscono i principali mercati esteri della denominazione. Secondo i dati diffusi dal Consorzio, l’area registra circa 15 milioni di presenze turistiche annue. La sfida consiste nel trasformare questa frequentazione in un rapporto duraturo con il territorio e con i suoi prodotti, evitando che il vino resti una semplice esperienza occasionale durante la vacanza. Come ha sottolineato Dei Micheli, l’enoturismo “può rappresentare l’occasione per incrementare il business del nostro settore”, a condizione di investire nella formazione, costruire un’offerta organizzata in rete lungo l’area lacustre e promuovere i vini anche dopo il ritorno a casa dei visitatori.
È una prospettiva che richiede di superare una visione esclusivamente enologica del territorio. Chi viaggia sceglie un luogo per un insieme di motivi: paesaggio, ospitalità, cultura, gastronomia, servizi, mobilità ed esperienze. Il vino può diventare una delle principali chiavi di lettura di questo sistema, ma soltanto se inserito in un’offerta turistica più ampia, capace di accogliere e fidelizzare anche il pubblico internazionale. Non basta avere un buon prodotto o organizzare una degustazione: occorre creare connessioni fra cantine, ristoranti, strutture ricettive, operatori culturali e istituzioni, rendendo il territorio facile da esplorare e interessante da vivere. In questa prospettiva, la bottiglia non è il punto d’arrivo del viaggio, ma uno dei modi attraverso cui il visitatore può continuare a raccontarsi il luogo che ha conosciuto.

Da destra, il presidente del Consorzio Fabio Dei Micheli e il vicepresidente Fausto Zeni
Il programma del Consorzio prevede un percorso formativo aperto ai soci a partire dal 15 ottobre, dedicato all’identità e al racconto della denominazione, alla costruzione dell’offerta, all’accoglienza, alla vendita diretta, al digitale e alla creazione di una rete territoriale. Parallelamente è già in preparazione il programma promozionale per il 2027, che proseguirà lungo le direttrici della formazione, del dialogo con le istituzioni locali, del miglioramento qualitativo dei vini e della presenza alle principali fiere di settore. Sul fronte internazionale, dopo il focus sulla Repubblica Ceca, lo sguardo si sposta sulla Polonia, con degustazioni e appuntamenti già previsti a Varsavia. Germania, Paesi Bassi, Francia, Regno Unito, Scandinavia, Stati Uniti, Canada e Giappone figurano fra le principali destinazioni dei vini della denominazione. L’export rappresenta circa il 60% del giro d’affari, una quota che rende evidente quanto la capacità di attrarre turisti stranieri e quella di consolidare i mercati esteri siano due aspetti della medesima strategia.
I numeri confermano il peso economico e produttivo di questa realtà. Il Consorzio rappresenta oggi 817 soci, di cui oltre 600 viticoltori, e opera con una rappresentatività del 92%. Il vigneto si estende su circa 2.400 ettari, dei quali 1.000 dedicati al Chiaretto. I comunicati diffusi in occasione del centenario riportano dati produttivi espressi su basi differenti: oltre 18 milioni di bottiglie per la produzione Dop nel quadro consortile e una stima di circa 20 milioni di bottiglie per l’annata 2026, con volumi indicati come equamente suddivisi fra Bardolino e Chiaretto. Nel dettaglio, il Bardolino Doc si attesta intorno a 9,5 milioni di bottiglie, mentre il Chiaretto raggiunge circa 8,8 milioni, con una crescita tendenziale del 3% nell’ultimo anno. Le cifre descrivono una denominazione in cui il rosato ha assunto un peso sempre più significativo, riducendo la distanza dal rosso e dimostrando una particolare capacità di intercettare la domanda internazionale.

La masterclass offre una lettura della denominazione attraverso le sue tre sottozone: Monte Baldo, La Rocca e Sommacampagna
È però nel bicchiere che il cambiamento appare più interessante. Durante la masterclass dedicata al Bardolino e al Chiaretto di Bardolino, condotta da Costantino Gabardi (nella foto sopra), sommelier e consulente strategico di aziende, ho ritrovato vini che sembrano procedere con maggiore consapevolezza nella stessa direzione. Non si tratta di uniformare le interpretazioni o di cancellare le differenze fra produttori, ma di riconoscere una grammatica stilistica sempre più precisa: freschezza, leggerezza, nitidezza aromatica, bevibilità e un rapporto più diretto con il territorio. Rispetto agli anni passati, il Chiaretto mostra una maggiore coerenza nella scelta di tonalità rosa tenue, luminose e brillanti, mentre i rossi si muovono con naturalezza verso profili agili e succosi, senza che la leggerezza debba necessariamente coincidere con la mancanza di profondità.

Per comprendere questa evoluzione bisogna tornare alla corvina veronese, vitigno simbolo della sponda veronese del Garda, affiancata nel Bardolino da rondinella e molinara. La corvina, protagonista assoluta dell’identità territoriale, non cede quantità elevate di colore: da qui il profilo storicamente rubino chiaro, brillante e trasparente del Bardolino. Una caratteristica che, letta con i parametri dei rossi muscolari e concentrati, potrebbe essere scambiata per un limite, ma che in realtà appartiene alla sua identità. Il Bardolino più convincente non ha bisogno di imitare altri modelli: offre tannini morbidi, una trama succosa, richiami speziati, freschezza e una bevibilità che invita al sorso successivo. È un rosso che trova nella misura la propria forza, capace di accompagnare la tavola senza imporsi e di conservare, dietro l’apparente immediatezza, una precisa impronta territoriale.

Anche il Chiaretto di Bardolino ha compiuto un percorso decisivo. Primo rosato italiano per affermazione storica e uno dei protagonisti assoluti del segmento, nasce da un uvaggio in cui la corvina può arrivare fino al 95%, con almeno il 5% di rondinella, secondo le indicazioni della denominazione. La svolta produttiva e culturale avviata a metà dello scorso decennio ha contribuito a definire una nuova identità cromatica e stilistica: un rosa più tenue, luminoso e brillante, lontano da interpretazioni eccessivamente cariche e sempre più coerente con un profilo di freschezza, precisione e versatilità. Oggi il Chiaretto sembra aver trovato una propria anima rosa, riconoscibile senza bisogno di effetti speciali. La tonalità non è un semplice esercizio estetico, ma il segno visibile di una riflessione più ampia sul modo di interpretare il vitigno, il clima e il rapporto con il consumatore.

Questi vini hanno qualcosa che potremmo definire una vocazione gardesana: non tanto “vini d’acqua”, definizione suggestiva ma poco precisa sul piano enologico, quanto vini di luce, di brezza e di paesaggio. Come nelle tele di Monet, dove la luce restituisce le vibrazioni più intime e vibranti dei luoghi, anche il Bardolino e il Chiaretto traducono il Garda in trasparenze e sfumature, trasformando la leggerezza in una raffinata forma di espressione territoriale. Il lago non è un ingrediente, né una formula aromatica da attribuire automaticamente al bicchiere; è una presenza che contribuisce a definire il contesto climatico, la cultura agricola e lo stile di vita in cui il vino prende forma. La sua influenza si legge soprattutto nell’idea di freschezza e convivialità che accompagna questi calici, nella capacità di sostenere la tavola e di inserirsi con disinvoltura in occasioni diverse. Il Bardolino e il Chiaretto possono essere spensierati, ma non per questo superficiali: la loro immediatezza funziona quando è sostenuta da precisione, equilibrio e riconoscibilità.
La stessa versatilità spiega perché questi vini possano dialogare con la ristorazione contemporanea, dall’aperitivo ai piatti di pesce, dalle preparazioni vegetali alle carni più leggere, fino alla pizza e alle nuove forme di convivialità. Il Chiaretto, in particolare, attraversa le stagioni e le occasioni di consumo, mentre il Bardolino rosso dimostra quanto un rosso non eccessivamente strutturato possa essere gastronomico e attuale. In un momento in cui il mercato guarda con maggiore attenzione al contenuto alcolico, alla facilità di beva e alla flessibilità degli abbinamenti, la denominazione dispone di caratteristiche concrete da valorizzare. Il punto, ancora una volta, non è inseguire una moda, ma riconoscere che ciò che per anni è stato considerato un tratto minore può diventare un vantaggio competitivo quando viene interpretato con consapevolezza.

Il light lunch per la stampa di settore è nell’elegante lounge all’aperto, con vista sul lago, del Riviera, a Punta San Vigilio
Il richiamo alla Pop Art acquista così un significato che va oltre la comunicazione. Andy Warhol ha trasformato oggetti comuni e immagini della cultura di massa in opere capaci di interrogare il rapporto fra arte, consumo e società. Al Bardolino serve un’operazione analoga: portare al centro della scena un vino quotidiano, senza trasformarlo artificialmente in qualcosa che non è, ma facendo emergere il valore della sua identità. La terra non è soltanto una risorsa produttiva, ma un patrimonio da custodire, capace di dare senso al lavoro delle persone e continuità alla storia di una comunità. Nel suo libro The Philosophy of Andy Warhol: From A to B and Back Again (1975), Warhol lo scriveva bene: “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.
Un secolo dopo la nascita del Consorzio, la sfida del Bardolino non consiste dunque nel diventare più importante agli occhi di chi misura il vino soltanto attraverso struttura, concentrazione o prestigio. Consiste nel diventare sempre più riconoscibile per ciò che è: un rosso fresco e gastronomico, un rosato dalla personalità ormai definita, due espressioni di uno stesso territorio che stanno imparando a raccontarsi con maggiore coerenza. L’accessibilità, se accompagnata da qualità e consapevolezza, non è una rinuncia, ma una strategia. E la semplicità, quando nasce da un lavoro serio in vigna, in cantina e nella costruzione dell’identità, può essere una forma evoluta di precisione. È questa, forse, la lezione più interessante che porto via dalle celebrazioni del centenario: il Bardolino non ha bisogno di travestirsi per essere contemporaneo. Gli basta valorizzare la propria natura, dare continuità al percorso intrapreso e comprendere che il futuro di una denominazione si costruisce tanto nel calice quanto nella capacità di accogliere, raccontare e lasciare un ricordo. È attraverso l’ascolto dei produttori e il confronto diretto con i vini che si comprende come una denominazione possa cambiare senza smarrirsi. Il Bardolino ha trovato nella sua leggerezza una voce contemporanea; la sfida, adesso, è farla arrivare sempre più lontano, senza perdere l’accento inconfondibile del Garda.

Cena di gala a Villa Carrara Bottagisio e nel Bardolino Pop Garden le installazioni di Marco Lodola




