È stato appena nominato “Winemaker dell’anno” da DoctorWine, in occasione della presentazione della Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027. Toscano di Castellina in Chianti, Alessandro Cellai ha costruito una carriera internazionale tra grandi denominazioni, progetti visionari e piccole realtà alle quali ha scelto di dedicare la stessa ambizione. Da Castellare di Castellina, Rocca di Frassinello e Feudi del Pisciotto a Vallepicciola, realtà giovane che ha portato in pochi anni all’attenzione della critica mondiale, passando per la Sardegna, il Cilento e nuovi progetti internazionali, continua a cercare nel vino una sintesi fra identità, territorio e personalità.
Il Sangiovese è una delle coordinate fondamentali della sua storia professionale, il pinot nero il suo pallino da sempre. Ma la sua attività non si esaurisce nelle grandi aziende. Cellai continua a seguire piccoli produttori, spesso con l’obiettivo dichiarato di portarli ai vertici creando vini iconici o aprendo nuovi mercati.

Il 3 ottobre ha ricevuto da DoctorWine il titolo di “Winemaker dell’anno”, un riconoscimento alla sua lunga carriera e al lavoro svolto in questi anni. Che effetto le fa ricevere oggi questo premio?

Mi ha riempito di orgoglio e di grande soddisfazione, perché in qualche modo corona un desiderio e un’aspettativa che avevo fin dall’inizio della mia carriera: essere riconosciuto, un giorno, come uno dei più importanti enologi a livello nazionale. Questo premio, però, non lo considero soltanto mio. È arrivato anche grazie alla collaborazione di tutte le persone con cui lavoro nelle diverse aziende, che hanno sempre dato il massimo per raggiungere determinati livelli qualitativi. Con loro condivido gioie e difficoltà: il vino è sempre un lavoro collettivo.

Guardando alla sua storia professionale, quali sono i vini nei quali sente più riconoscibile la sua firma?

Ogni vino che faccio è come un figlio, indipendentemente dal fatto che sia un entry level, un premium o un super premium. Ci sono però vini che mi rappresentano più di altri. A Castellare di Castellina penso naturalmente a I Sodi di San Niccolò, sangiovese con una piccola percentuale di malvasia nera. Poi al Vallepicciola Rosso, uno dei tre grandi cru aziendali, che rappresenta una parte importante della mia storia con il sangiovese. Ermius, il pinot nero di Panizzi, è nato dal desiderio comune con il proprietario Simone Niccolai di realizzare a San Gimignano un grande pinot nero, qualcosa che prima nessuno aveva tentato in quel territorio in quel modo. Anche la vernaccia riserva di Panizzi è diventata un cult, ma Ermius rimane per me il sogno impossibile diventato realtà. Baffonero di Rocca di Frassinello è un vino dalla personalità forte ed elegante, così come il nero d’Avola Versace di Feudi del Pisciotto, che porta nel bicchiere la Sicilia e il cui “vestito” è stato disegnato da Donatella Versace.

La sua ricerca, però, oggi comprende anche realtà molto più piccole. Cosa la spinge a investire tempo ed energie in progetti ancora da costruire?

Mi piace lavorare con aziende che hanno ambizione. In Sardegna, per esempio, seguo Lilliu, una piccola wine boutique su un altopiano vicino a Oristano: il Bovale è un vino che mi sta regalando soddisfazioni. In Campania, sto scoprendo la grande personalità dell’aglianico con Tempere, nel Cilento, dove sta uscendo proprio adesso la prima vendemmia, la 2025. Siamo a circa 500 metri sul livello del mare e c’è una mineralità molto interessante nei vini. Poi c’è Dianella, nel Chianti fiorentino, dove sto lavorando a un grande bianco da Orpicchio, un vitigno coltivato da pochissimi produttori nella zona di Vinci, tra Empoli e Firenze. È una collina meravigliosa e voglio cercare di tirare fuori qualcosa di altrettanto importante, spero un vino iconico. E naturalmente c’è la mia azienda, Podere Monastero, a Castellina in Chianti, dove quest’anno festeggio venti vendemmie. Il pinot nero La Pineta, premiato più volte come miglior pinot nero italiano, è probabilmente il vino che più sento mio.

E adesso guarda anche oltre l’Europa. Quali sono i progetti internazionali ai quali sta lavorando?

Ne ho due che vedranno la luce a breve. A Cipro sto seguendo un progetto di un imprenditore russo, che sarà il primo pinot nero piantato sull’isola. Siamo a Limassol, su una collina a circa 400 metri sul livello del mare, con vista sul Mediterraneo. Abbiamo già piantato il primo ettaro e quest’anno il secondo. Il vino arriverà fra tre anni. Poi c’è la Tasmania, dove stiamo lavorando a un pinot nero e a uno chardonnay di razza. L’azienda ha piantato vigne cinque anni fa e quest’anno arriva alla prima annata di produzione. Io seguirò personalmente la vendemmia nel marzo 2027.

Tra i suoi progetti c’è anche una realtà che ha scelto un modello commerciale molto diverso, Poggio ai Laghi.

È un progetto davvero atipico. Poggio ai Laghi, a Monteriggioni, lavora esclusivamente in formula B2C: non vende ai ristoranti né agli importatori, ma direttamente al consumatore. Ha costruito una rete con diversi tour operator e accoglie migliaia di persone all’anno che partecipano a degustazioni e masterclass. Il vino che più mi rappresenta lì è Lago Chiaro, un sangiovese in purezza. È un altro esempio di come oggi il vino non debba essere soltanto prodotto, ma anche vissuto.

Come è stata la vendemmia appena conclusa?

Nel complesso una buona annata. È partita con molte angosce, perché l’estate si era presentata caldissima, quasi torrida. Poi, dalla fine di agosto e per tutto settembre, abbiamo avuto condizioni climatiche perfette. Stanno arrivando vini strutturati ma anche freschi, con grande acidità e piacevolezza. Credo che si stia rivelando una delle annate di riferimento.

Lei ha avuto la fortuna di conoscere e frequentare Giacomo Tachis, una figura che ha segnato profondamente l’enologia italiana. Quanto del suo insegnamento ritrova ancora oggi nel suo modo di fare vino?

Tutto. Le figure che hanno ispirato professionalmente la mia vita sono principalmente due. La prima è mio zio, don Giuseppe, parroco di una frazione di Castellina in Chianti chiamata La Piazza. Si occupava di un vigneto affidato dalla Curia per produrre il vino destinato alla comunità. Non aveva studiato enologia, ma aveva una passione enorme e divenne, di fatto, un prete enologo. Io da bambino passavo molto tempo con lui. Per me era un sogno stare in campagna, salire sul trattore, raccogliere l’uva. A 4 anni mi diede la possibilità di fare il mio primo vino. Ancora oggi conservo alcune bottiglie. Schiacciavo l’uva con i piedi, seguivo la fermentazione e qualche bottiglia addirittura esplose. Ma ero orgogliosissimo: avevo prodotto le mie prime dodici bottiglie. Poi c’è stato Giacomo Tachis, che ho conosciuto durante gli anni dell’università. Siamo diventati grandi amici. Non abbiamo lavorato nelle stesse aziende, ma lui mi aveva un po’ adottato e mi ha accompagnato nella mia crescita professionale. Oggi collaborare con sua figlia Ilaria al Podere La Villa, a San Casciano Val di Pesa, è per me un grande onore. Con lei produco Chianti Classico, un rosato e un merlot in purezza che porta il nome Giacomo. Per me Ilaria è come una sorella: ogni volta che vado lì respiro un’atmosfera di famiglia.

Qual era, in fondo, il manifesto di Tachis? Qual è la sua lezione che continua a portare con sé?

Tachis diceva che noi enologi siamo generatori di emozioni. E per poterle generare dobbiamo fare in modo che i nostri vini abbiano tre caratteri fondamentali: la riconoscibilità del territorio, quella del vitigno e quella dell’anima di chi lo ha prodotto. È questa la grande lezione di Tachis. Lui realizzava vini dalle Alpi alle piramidi, ma tu riconoscevi sempre il suo filo conduttore, la sua firma.

Una visione che sembra particolarmente attuale in un momento nel quale il vino rischia di diventare sempre più omologato.

Assolutamente. Oggi più che mai bisogna difendere l’unicità. Se bevo un vino della stessa fascia di prezzo prodotto in Australia o in Nuova Zelanda non vi riconosco la stessa storicità che trovo in un calice italiano: il carattere deve essere riconoscibile e ripetibile nel tempo. E quel carattere nasce dall’incontro tra territorio, vitigno e persona.

Oggi Vallepicciola entra in una nuova fase, con una governance rinnovata e lei nel ruolo di consulente strategico per la vinificazione. Dopo aver contribuito a costruire l’identità della cantina, cosa sente ancora di voler cambiare?

Non credo che ci sia molto da cambiare se non cercare sempre il miglioramento qualitativo, e questo sarà sempre il mio primario obiettivo. Bisogna superarsi sempre. Ogni vendemmia insegna qualcosa. L’uva è un prodotto vivo e il vino si comporta diversamente ogni anno. Per questo non si può mai dare nulla per scontato: l’attenzione deve rimanere altissima. Con il nuovo assetto, Nicola Vercellotti è diventato Ceo e Gaia Cinnirella direttore generale. La famiglia Bolfo rimane in testa, attraverso la signora Hee Soo e i figli Francesca e Antonio.  Sono sicuro che questa nuova governance porterà i risultati sperati. Il loro compito sarà dare nuovo slancio all’azienda. Il risultato che mi ha dato più soddisfazione è stato il Chianti Classico 2021 di Vallepicciola, entrato nella Top 100 di Wine Spectator dopo appena due anni dal mio arrivo nel 2019. Era la prima volta che un’azienda così giovane riusciva a entrare nella Top 100 con un proprio vino entry level. E c’è un altro aspetto che mi rende particolarmente orgoglioso: ho portato per la seconda volta un Chianti Classico entry level nella Top 100 di Wine Spectator. La prima era stata nel 2017 con Castellare.

I Sodi di San Niccolò è probabilmente il vino che più di ogni altro porta la sua firma. Che cosa ha significato accompagnarlo per così tanti anni?

Devo innanzitutto ringraziare la proprietà di Castellare che, quando ero ancora studente, mi affidò non soltanto la direzione tecnica ma anche quella generale dell’azienda, dandomi la possibilità di portarla dove è oggi. Castellare allora era una realtà piccola ma in crescita. Ho cercato di alzare progressivamente l’asticella qualitativa e di portare i suoi vini nel mondo. I Sodi di San Niccolò è un grandissimo orgoglio. Ho seguito la produzione di questo vino dal 1994 e ancora oggi lo considero una delle espressioni più importanti del sangiovese toscano, pur con quella piccola percentuale di malvasia nera. Ma dietro I Sodi c’è soprattutto un lavoro di ricerca che Castellare aveva iniziato molto prima del progetto Chianti Classico 2000 del Consorzio. Negli anni Ottanta Castellare finanziò quattro borse di studio con l’Università di Milano e il professor Attilio Scienza per lavorare sulla selezione massale dei numerosi cloni presenti in azienda. Furono scelti quelli che meglio rappresentavano il patrimonio ampelografico di Castellare. Quel lavoro di selezione è stata una vera pietra miliare su cui si è costruita tutta la successiva storia enologica dell’azienda.

Lei è stato per molti anni un enologo viaggiatore e ha costruito un rapporto particolare con il mercato americano. Che cosa sta succedendo oggi negli Stati Uniti?

Sono sempre stato un enologo atipico: facevo il vino e poi partivo per andare a raccontarlo e venderlo nel mondo. Ho visitato più di sessanta Paesi e sono anche Lifetime Senator di Lufthansa: siamo circa cento persone al mondo ad avere questo riconoscimento. Il Nord America è sempre stato il mio mercato di riferimento. Gli Stati Uniti rimangono fondamentali e trainanti per l’enologia italiana, anche se oggi attraversano una fase complessa e stanno cambiando il loro approccio al vino. Forse si sta perdendo un po’ la consapevolezza che il vino appartiene alla nostra tradizione e alla nostra cultura da millenni. Ecco perché dobbiamo tornare proprio ai tre valori di Tachis: territorio, vitigno e anima.

Come si può allora rendere nuovamente competitivo un grande Chianti Classico davanti alla concorrenza internazionale?

Facendo capire che è unico. Chi acquista un vino italiano deve trovare qualcosa che non può trovare in Australia, in Nuova Zelanda o in qualsiasi altro Paese produttore. Ma c’è anche un altro elemento fondamentale: bisogna invitare le persone a venire in Toscana, a visitare il Chianti Classico. Quando un appassionato arriva qui, il rapporto con il territorio diventa immediatamente diverso. C’è un innamoramento, quasi viscerale. Il mercato americano è in calo, ma le aziende che riescono a mantenere viva l’attenzione e a raccontare la storia del vino, la sua cultura e la sua identità possono contenere questa flessione.

Lei ha attraversato decenni di trasformazioni: la rivoluzione qualitativa, la globalizzazione, l’espansione dei mercati e oggi la contrazione dei consumi. Che cosa dovrebbe fare il vino italiano in questa fase?

Non è il momento di abbandonare i mercati, ma è il momento di investire ancora di più sul piano tecnico. La qualità non è mai acquisita definitivamente. Ogni vendemmia riscrive tutto da capo. E proprio per questo bisogna continuare a studiare, sperimentare e investire. Il vino italiano ha una storia straordinaria. Il nostro compito non è soltanto conservarla, ma dimostrare ogni anno, attraverso la qualità, perché quella storia continua ad avere un futuro.