Dopo queste giornate intense al Vinitaly e alla luce dei tanti appuntamenti internazionali cui la manifestazione ha preso parte negli ultimi mesi, tra road show e fiere, mi porto a casa una riflessione sempre più chiara: il futuro del vino italiano passa anche – e forse soprattutto – da mercati alternativi. E tra questi, l’India si sta delineando come uno dei più interessanti su cui iniziare a lavorare già oggi, insieme ad alcune aree dell’Africa e al blocco Mercosur.
Non è una suggestione, ma una lettura che nasce dal confronto diretto con operatori, istituzioni e aziende. L’India è un mercato che negli ultimi vent’anni ha visto il vino cambiare pelle: da prodotto di nicchia, legato a un consumo elitario, a bevanda sempre più presente nella quotidianità urbana. Oggi il vino entra nei momenti sociali – cene, feste, matrimoni – e si afferma come simbolo di uno stile di vita contemporaneo, aspirazionale, legato a una nuova classe media in crescita.
Parliamo di un Paese che, nel consumo complessivo di alcol, è tra i primi al mondo. Un dato che da solo basta a far capire le dimensioni del potenziale. Eppure il vino è ancora una piccola parte di questo universo: proprio qui sta la vera opportunità.
Osservando cosa sta accadendo sul mercato, emerge con chiarezza anche un altro elemento: chi ha investito prima, oggi raccoglie risultati. È il caso dell’Australia, che domina le importazioni con una quota importante, costruita non solo grazie a politiche fiscali favorevoli ma soprattutto attraverso un lavoro costante sul territorio. Formazione, eventi, presenza nelle città, dialogo con i consumatori: un investimento continuo che ha creato familiarità e fiducia.
Ed è esattamente qui che si apre lo spazio per l’Italia. I vini italiani partono con un vantaggio competitivo non banale: la percezione. Per il consumatore indiano, “italiano” è spesso sinonimo di qualità, di eleganza, di qualcosa di desiderabile. Anche senza conoscere nel dettaglio vitigni o denominazioni, esiste già una predisposizione positiva. Una scorciatoia mentale potente, che altri Paesi hanno costruito nel tempo e che noi possiamo valorizzare.
Ma questo vantaggio, da solo, non basta. Se c’è una cosa che emerge con forza dal Vinitaly e dai mercati internazionali è che non si può pensare di entrare in Paesi come l’India semplicemente esportando bottiglie. Serve presenza. Serve formazione. Serve accompagnare il consumatore in un percorso di scoperta.
Le aziende dovranno investire in modo mirato: creare occasioni di degustazione, lavorare con la ristorazione locale, formare operatori e sommelier, costruire una narrazione accessibile ma coerente con la complessità del nostro patrimonio vitivinicolo. È un lavoro più lungo rispetto ai mercati tradizionali, ma anche più solido.
Allo stesso tempo, diversificare diventa una necessità. Le tensioni internazionali, i cambiamenti nei consumi e le difficoltà in alcuni mercati storici impongono al vino italiano di ampliare il proprio raggio d’azione. In questo scenario, l’India, insieme all’Africa emergente e all’area Mercosur, rappresenta una direttrice concreta di sviluppo.
La sensazione, maturata in questi mesi, è che siamo all’inizio di un percorso. Chi saprà muoversi adesso, con visione e continuità, potrà costruire un posizionamento forte in un mercato che non è ancora saturo e che ha margini di crescita importanti.
Il vino italiano ha tutte le carte per giocare questa partita. Ma, come sempre, la differenza la farà la capacità di esserci davvero. Non solo con il prodotto, ma con la cultura, le persone e il racconto.
EDITORIALE VINO: MERCATI ALTERNATIVI E NUOVE OPPORTUNITÀ




