Oltrepò Pavese, un mare di ettari vitati, diverse cantine che stanno lavorando bene, ma ancora una direzione unitaria e univoca manca. Dove si vuole andare? Questa la domanda che approfondiremo nel corso di più interviste fra piccole e grandi realtà per provare a comporre una visione di insieme. Pinot nero, Metodo classico, Buttafuoco storico, Bonarda, Barbera, Sangue di Giuda? Su cosa puntare?
Incontriamo nella sede aziendale di Redavalle Davide Guarini, ceo della Losito e Guarini, una realtà dai grandi numeri sul territorio, pur conservando un cuore nella famiglia, con tre anime: Oltrepò Pavese, Puglia e da ultimo gli spumanti. E lo incontriamo in un periodo non dei più facili a livello planetario: problemi con i fornitori per la consegna delle materie prime come carta, cartoni, vetro, tappi e “rincari spaventosi su tutte le componenti, con consegne a singhiozzo”, esordisce Guarini, che per quanto riguarda trend e numeri, da imprenditore del vino, ha le idee chiare: “Il Sangue di Giuda è il vero fenomeno degli ultimi anni, bisogna sedersi intorno al tavolo consortile e parlarne seriamente”.
A questo punto una seconda domanda: perché non crederci fino in fondo? Perché ognuno fa il “suo” Sangue di Giuda?

                                                                       

Davide Guarini, perché?

Perché il Sangue di Giuda, nel territorio, viene vissuto ancora come un vino di serie B, non è il rosso importante, né il Metodo classico. Dovremmo uscire da queste logiche del passato in cui ci troviamo imbrigliati e guardare ai numeri e al posizionamento dell’Oltrepò Pavese a livello mondiale. Su certi vini ci scontriamo con terroir di grandissima reputazione, finora e per il prossimo futuro, imbattibili. Non parlo di qualità del prodotto ma della percezione che ne ha il consumatore. Se vogliamo che l’Oltrepò inizi ad essere riconosciuto nel mondo, dobbiamo partire dalle nostre tipicità, dai nostri prodotti esclusivi ed il Sangue di Giuda rappresenta proprio una delle carte su cui puntare. Perché non partire da un prodotto che ha un trend in forte crescita?

Quante bottiglie di Sangue di Giuda producete?

Ben oltre il milione di bottiglie. La crescita risulta un po’ sfalsata, sarebbe stata infatti più alta se da luglio a ottobre, ossia per un terzo dell’anno, non avessimo dovuto fermare tutte le promozioni, arrivando addirittura in rottura di stock con alcuni clienti perché avevamo finito tutto il prodotto dell’anno precedente. Abbiamo dovuto aspettare la vendemmia di quest’anno per poter ricominciare a consegnare. Stiamo uscendo ora con la nuova annata. Il mercato ci ha colti impreparati, non ci aspettavamo una crescita così importante. Abbiamo iniziato a credere nel Sangue di Giuda quattro o cinque anni fa perché ci siamo accorti che, per la prima volta e a livello mondiale, le giovani generazioni si stavano, e si stanno, allontanando dal mondo del vino classico per andare verso altri prodotti, come bevande aromatizzate a base di vino piuttosto che altri tipi di bevande dolci. Il Sangue di Giuda essendo dolce e con una gradazione più bassa poteva rientrare in questo segmento avendo, in più, la forza di una Doc alle spalle. Abbiamo intercettato una nuova tendenza, anticipando i tempi.

Quanto produce il Sangue di Giuda sul territorio e quanto incidete voi sul totale?

Il dato complessivo del 2020 è di tre milioni e centomila bottiglie vendute, a fronte del totale 2019 a meno di due milioni e mezzo. La crescita è stata importante, in poco più di due anni quasi del 50%. Il 50% delle nostre vendite è localizzato al Nord, ma la cosa incredibile è che il 40% è al Sud e solo il 10% al Centro. Il fenomeno vero è rappresentato dal Sud, dove fanno da traino tre regioni: Campania, Puglia e Sicilia. Sono regioni che storicamente hanno sempre consumato Lambrusco, Asti spumante, Brachetto in quantità importanti. Pur avendo ognuna i propri vitigni, non esiste un prodotto alternativo a un rosso frizzante amabile o dolce. Il Sangue di Giuda è per loro il prodotto di tendenza. Al Sud abbiamo iniziato a inserirlo quattro anni fa, dopo varie prove per capirne la reale forza di penetrazione. Oggi, alcune catene ci dicono che dopo aver inserito il nostro Sangue di Giuda sullo scaffale ne hanno già aggiunto un secondo e questo è molto significativo soprattutto se consideriamo che, fino a poco tempo prima, questo vino era per lo più sconosciuto. L’inserimento di una seconda etichetta nella Gdo sta proprio a significare che questa referenza sta ottenendo sempre maggior riscontro e che ci saranno ancora margini di miglioramento.

Qual è il primo mercato estero del Sangue di Giuda?

La Spagna storicamente. Uno dei mercati del futuro può senz’altro essere quello degli USA ma, trattandosi di un prodotto “facile” e giovane, non vedo ostacoli al suo sviluppo a livello mondiale. 

Credete anche nel Sangue di Giuda secco?

Assolutamente no, in quanto riteniamo che si debba costruire e mantenere, per ciascun prodotto, un’identità specifica. Il consumatore identifica il Sangue di Giuda come un vino rosso dolce, frizzante o spumante, caratteristiche che riteniamo quindi debbano rimanere invariate. Per il momento, stiamo valutando se per noi possa avere senso anche spumantizzarlo visto che, in alcuni paesi esteri, lo spumante ha una tassazione diversa rispetto ai vini fermi e frizzanti, motivo per cui tanti spumanti vengono penalizzati. La diffusione per noi andrà fatta con il frizzante, lo spumante, al momento, non è tra le nostre priorità.

Il Sangue di Giuda identifica veramente l’Oltrepò Pavese?

Sì, certo. Rappresenta una delle anime del territorio. Il mondo non sa che esiste l’Oltrepò. C’è da sempre una diatriba interna su cosa puntare. Alcuni produttori puntano sul Pinot nero che, però, fa numeri esigui. Secondo me, invece, bisognerebbe puntare anche sul Sangue di Giuda in quanto si tratta di un prodotto esclusivo. Può essere la carta per sedersi al tavolo con un importatore e parlare di territorio. Serve qualcosa con cui mettersi a parlare in via esclusiva. Credo che se si vuole puntare sul Pinot nero lo si debba fare nella versione bollicine, prodotto che ha un potenziale di crescita più elevato rispetto al vino rosso.

E per quanto riguarda le bollicine quindi?

È il mercato che parla. A livello mondiale, quello delle bollicine, sia Metodo classico sia Charmat, rappresenta il trend maggiormente in crescita. Crescita che ci ha riguardato estremamente da vicino visto che abbiamo registrato un notevole aumento nelle vendite dei nostri spumanti Charmat. Ci vorrebbe uno Charmat Doc, perché più vini e spumanti riusciamo ad inserire nella Doc, e quindi sotto la tutela del Consorzio, più il Consorzio avrà disponibilità finanziaria e forza per fare promozione. E se hai un’azienda guardi i numeri. Il vino è anche poesia ma i numeri sono alla base di qualsiasi attività imprenditoriale.

Il Consorzio, dove suo fratello Renato è uno dei due vicepresidenti, sta puntando sul Pinot nero, o mi sbaglio?

Ni. In realtà quest’anno si sta cercando di promuovere l’Oltrepò come intero territorio più che come singolo prodotto. In Consorzio ci sono diverse anime ma, ripeto, alla fine ciò che conta sono solo i numeri. Il Consorzio purtroppo non ha tanti capitali da investire perché i numeri delle Doc sono ancora piccoli. Noi come azienda abbiamo deciso già da qualche anno di investire su Sangue di Giuda e Charmat. Vista però la tendenza, bisogna iniziare a ragionare sull’area del Sangue di Giuda perché, nel momento in cui il prodotto dovesse “sfuggirci di mano” a livello di numeri, dobbiamo essere pronti ad ampliare l’area di produzione proprio come è avvenuto in altri territori.