Lasciare Gaja per scommettere sulla viticoltura appenninica, quando il cambiamento climatico cominciava già a ridisegnare le prospettive del vino. Una scelta coraggiosa che oggi trova conferma nel riconoscimento della guida Slow Wine.

La viticoltura appenninica è una scommessa che richiede visione, capacità di interpretare il territorio e attenzione alle trasformazioni climatiche. A Slow Wine, al Superstudio Maxi di Milano, ne parliamo con Stefano Bariani, fondatore di Fondo San Giuseppe, realtà vitivinicola di Brisighella, nell’Appennino tosco-romagnolo, nella sottozona Valpiana. Tra i produttori premiati dalla guida, Bariani porta con sé una storia che racconta quanto le scelte di oggi possano nascere da intuizioni maturate molti anni prima.
Prima di fondare la propria azienda, Bariani ha lavorato per oltre dieci anni con Angelo Gaja. Poi la decisione di imboccare una strada diversa: salire in quota, cercare esposizioni settentrionali e individuare terreni capaci di restituire vini freschi, sapidi e fedeli alla loro origine. Una scelta che, alla luce del riscaldamento globale, appare sempre più lungimirante. Il riconoscimento di Slow Wine non è soltanto un premio al singolo vino, ma anche un’occasione per raccontare il valore di una viticoltura che ha saputo trasformare le difficoltà dell’Appennino in un elemento distintivo.
A rappresentare questo percorso è Tera, Trebbiano di Romagna 2025, premiato dalla guida: un bianco dal sorso fresco, dalla spiccata sapidità e dai profumi varietali nitidi. Un’espressione identitaria, che non cerca di forzare il vitigno verso modelli estranei alla sua natura. Niente legno né macerazioni esasperate: a parlare sono l’altitudine, i suoli marnoso-arenacei ricchi di calcare e il lavoro in vigna. Il risultato è un Trebbiano artigianale, essenziale ed elegante, capace di dimostrare come anche un’uva a lungo considerata ordinaria possa raggiungere una personalità riconoscibile.
La vinificazione segue la stessa filosofia: fermentazione spontanea in acciaio, sei mesi di affinamento sulle fecce fini e altri quattro mesi in bottiglia. Un percorso che privilegia precisione ed equilibrio, lasciando al territorio il compito di imprimere la propria firma.

Il Trebbiano Tera 2025 premiato da Slow Wine

“Siamo su un altopiano a 400 metri sul livello del mare, esposto a nord e circondato dai boschi. Questo contesto garantisce escursioni termiche marcate, che preservano l’acidità e mantengono nitidi i profumi, con risultati diversi da quelli che si ottengono nei Trebbiani di media e bassa collina”, spiega Bariani.
A contribuire alla struttura del vino sono anche le rese contenute. “Le nostre produzioni sono basse e questo permette di concentrare gli elementi estrattivi nell’uva. Il Trebbiano è un fedelissimo traduttore del territorio: le marne e le arenarie restituiscono acidità, freschezza e sapidità. Dopo il quarto o quinto anno di maturazione possono emergere anche note di idrocarburo, simili al goudron”.
La prima annata di Trebbiano prodotta da Bariani è stata la 2008. Da allora, il vitigno è diventato il filo conduttore del suo progetto enologico. “Siamo alla diciottesima vendemmia e posso dire che questo vitigno mi ha dato moltissime soddisfazioni. In Romagna al Trebbiano è stato assegnato un ruolo non particolarmente rilevante dal punto di vista qualitativo. Io, invece, ho voluto valorizzare una varietà popolare, relativamente semplice, ma profondamente legata alla tradizione e al territorio”.
La convinzione è che la qualità non dipende soltanto dalla reputazione del vitigno, ma dal modo in cui viene coltivato e interpretato. “Lavorato in vigna con basse produzioni, il Trebbiano può dare grandi soddisfazioni. È un risultato che oggi mi viene riconosciuto anche dalla stampa e dalla ristorazione”.
La scelta di puntare sui bianchi nasce anche dal desiderio di distinguersi in una regione in cui il Sangiovese occupa un posto centrale. “In Romagna ci sono grandi produttori che realizzano grandi Sangiovese. Io ho sempre cercato di concentrarmi sui bianchi e, in particolare, sul Trebbiano, che è diventato il simbolo della nostra azienda”.

La grande degustazione, al Superstudio Maxi di Milano, dei vini premiati da Slow Wine

Per comprendere l’origine di questa scelta bisogna tornare al maggio del 1999, quando Bariani lavorava nella cantina Gaja come assistente di Angelo Gaja. Un episodio che avrebbe contribuito a orientare il suo futuro.
“C’è sempre un evento scatenante nella vita”, racconta. “Era un pomeriggio di maggio del 1999. In cantina arrivò una delegazione della Nasa, a Torino per un convegno sul clima. Portarono gli atti del convegno, dai quali emergeva che tra il 1961, anno d’inizio delle rilevazioni, e il 1999 la temperatura media nelle Langhe era aumentata di 2,7 gradi”.
Secondo il racconto di Bariani, gli scienziati volevano illustrare ad Angelo Gaja come il riscaldamento stesse modificando le condizioni della viticoltura e mettendo in discussione alcune convinzioni consolidate. In particolare, l’esposizione a sud dei vigneti, tradizionalmente apprezzata per favorire la maturazione delle uve, poteva diventare un fattore di rischio con l’aumento delle temperature.
“Quel pomeriggio tornai in ufficio e dissi tra me e me che avrei comprato a nord e il più in alto possibile”, La passione per i vini di Borgogna contribuì a definire la direzione. Bariani cercava terreni adatti a produrre bianchi di tensione e finezza, non vini segnati da eccessiva opulenza. Nell’Appennino romagnolo individuò così le differenze tra le varie aree: Predappio, a suo giudizio, tendeva a conferire ai rossi una maggiore opulenza, mentre i suoli di Bertinoro non rispondevano alle esigenze dei suoi bianchi. La ricerca lo condusse a Fondo San Giuseppe, a Brisighella, dove le marne e le arenarie offrono le condizioni geologiche cercate, insieme a un contesto di biodiversità. “Mi servivano marna e arenaria, e le ho trovate in quella piccola porzione di Appennino in cui, lasciata alle spalle la zona del gesso, si incontrano questi suoli e una grande biodiversità”.
Bariani racconta con ironia le origini del progetto: “È un percorso cominciato nel 1999 e considero responsabili questi scienziati della Nasa”.
A distanza di anni, quella intuizione appare ancora più attuale. Il cambiamento climatico impone ai produttori di ripensare esposizioni, altitudini e tecniche di protezione delle uve. “Cinque anni fa Gaja ha portato a termine un bellissimo progetto di acquisizione in Alta Langa, a Marengo, per produrre vini più croccanti e freschi, perché a Barbaresco fa troppo caldo. Non dimentichiamo che oggi, per i produttori, sono diventate indispensabili le reti ombreggianti e il caolino per proteggere le uve dalla luce troppo intensa”.
La sfida, dunque, non consiste semplicemente nel coltivare più in alto, ma nel trovare luoghi e pratiche capaci di conservare equilibrio, freschezza e identità in condizioni climatiche mutate. È su questa intuizione che Bariani ha costruito la propria azienda, trasformando un ambiente impegnativo in una risorsa espressiva.

Stefano Bariani con sua moglie Mariagrazia Rizzati sono fra i produttori personalmente presenti all’evento

Il prossimo obiettivo è consolidare lo stile della cantina e ampliare la presenza sui mercati esteri. Per Bariani, infatti, il riconoscimento della qualità comporta una responsabilità: quella di mantenerla nel tempo senza perdere il legame con il territorio.
“Quando si raggiunge una qualità riconosciuta, bisogna saper tenere il passo. Non ci si può sedere sugli allori. Mantenere uno stile territoriale e realizzare vini che siano al tempo stesso apprezzati dal pubblico è difficile: è un lavoro sul quale bisogna continuare a investire”.
La cantina è consolidata sulla Riviera romagnola e in Emilia, mentre l’espansione internazionale resta una sfida da affrontare con gradualità. “La Romagna non è ancora così popolare all’estero, ma grazie ad alcuni importatori riusciamo a esportare in Canada, Belgio, Germania e Svezia, con buone soddisfazioni”.
Completata la cantina, l’azienda punta inoltre a sviluppare il turismo enogastronomico, invitando gli appassionati a conoscere direttamente i vigneti e il paesaggio in cui nasce il vino. “Vogliamo puntare sempre di più sul turismo, per portare le persone a trovarci, a toccare con mano il nostro lavoro e a scoprire la meraviglia della natura in cui siamo immersi”.
Dalla scelta di lasciare una realtà prestigiosa come Gaja alla scommessa su un’area appenninica, il percorso di Stefano Bariani dimostra come la viticoltura di montagna possa essere molto più di una risposta alle difficoltà climatiche. Può diventare una precisa visione produttiva, capace di valorizzare vitigni popolari e territori meno celebrati. Il riconoscimento di Slow Wine premia il vino, ma offre anche l’occasione per guardare a quella decisione del 1999 con una prospettiva nuova: anticipare il cambiamento, senza rinunciare all’identità, può fare la differenza.