Nato a Firenze nel 1920, il cocktail tricolore più consumato nel mondo è stato al centro di una lunga e curiosa diatriba sulle sue vere origini e sulla datazione della codifica della sua ricetta. Una recente scoperta mette finalmente un po’ di chiarezza.
Davvero è stato detto tutto sul cocktail Negroni? Iniziative, pubblicazioni e manifestazioni ad esso dedicate si sono moltiplicate negli ultimi tempi grazie a un paio di anniversari di rilievo: prima il centenario della nascita (1920), poi la scalata inarrestabile al primo posto nella classifica dei drink più ordinati nei bar di tutto il mondo (vetta conquistata nel 2023 e mantenuta fino ad oggi). Lo scorso 27 settembre è calato il sipario sulla 14esima edizione della Negroni Week, evento internazionale creato nel 2013 dalla rivista americana Imbibe in collaborazione con il gruppo Campari per celebrare il drink italiano più famoso a livello globale e per raccogliere fondi a favore del movimento Slow Food e dei suoi progetti di sostenibilità locale.
In quei sette giorni hotel e bar a ogni latitudine si sono cimentati in “twist” e ricette in edizione limitata del perfetto aperitivo italiano color rubino; qui vale la pena ricordare che l’anno prossimo si celebrerà un’altra ricorrenza che non può sfuggire a tutti gli appassionati della pozione magica messa a punto tra il 1919 e il 1920 dal Conte Cammillo – ebbene sì, proprio con due emme – Luigi Manfredo Maria Negroni (1868-1934) e dal barman Fosco Scarselli (1898-1963) del Caffè Casoni di Firenze. Serve davvero ricordare la ricetta? Vabbè, facciamo i giornalisti fino in fondo e non diamo per scontato nulla:

NEGRONI 30 cl di London Dry Gin – 30 cl di Bitter Campari – 30 cl di Vermouth italiano rosso. Costruire il drink direttamente in un tumbler con ghiaccio e mescolare delicatamente, guarnendo infine con una mezza fetta di arancia
Qualche piccolo, divertente mistero aleggiava ancora attorno al nostro grande mito della miscelazione e a spazzare almeno uno di essi ci ha pensato l’occhiuto barman Paolo Ponzo. A lui infatti si deve il ritrovamento recente di due rarissimi ricettari italiani pubblicati prima del 1950: il primo è il “Ricettario del barman” curato da Elio Cavallari, pubblicato fra il 1945 ed il 1946. Il secondo è un testo a dir poco eccezionale: “Cocktails Portfolio” firmato nel 1947 (ecco quindi la prossima ricorrenza: nel 2027 questa guida compirà 80 anni) da Amedeo Gandiglio, titolare del Chatham, storico American Bar di Torino punto di riferimento dell’epoca per tutti gli appassionati di miscelazione di cui oggi si è persa ogni traccia. Il libro, realizzato come strenna in pochissime copie e non destinato alla vendita, conteneva le illustrazioni di Ettore Sottsass, il più grande architetto e designer del Novecento italiano. Ad oggi, si conoscono solo i volumi custoditi nella Biblioteca Centrale di Firenze e presso l’archivio personale di Sottsass alla Fondazione Cini di Venezia. Nessuna copia risulta a Torino, che di Gandiglio fu la città natale.

Oltre al genio creativo di Sottsass, Cocktails Portfolio ha un’altra caratteristica che lo rende così rilevante storicamente e che qui ci interessa di più: contiene la prima ricetta codificata del Negroni pubblicata in Italia. Prima della scoperta di Ponzo, infatti, il primato della codifica spettava a un menù datato 1939 della Floridita, la celeberrima culla del Daiquiri di Calle Obispo a la Habana dove spadroneggiava il più grande bartender cubano d’ogni tempo, Costante Ribalaigua Y Vert, mentre in Europa apparteneva al libro “El Bar. Evoluciòn y arte del Cocktail”, ricettario scritto nel 1949 dal grande professionista della miscelazione spagnola Jacinto Sanfeliu Brucart. Pubblicato nella capitale iberica, El Bar conteneva una ricetta di Negroni con un quarto di vermouth rosso, un quarto di gin e due di bitter Campari. Si può così dimostrare che il Negroni come drink codificato avesse varcato prima l’oceano e soltanto in un secondo tempo le Alpi, probabilmente grazie a qualche barman emigrato o a clienti – perlopiù americani e inglesi – a dir poco entusiasti.
Sul fatto che in America circolassero cocktail simili al Negroni prima che il Negroni diventasse un drink “ufficialmente” italiano si sono spese – anche a sproposito – un gran numero di pagine. Il primo novembre 2012 il blog Elementalmixology (portale web di un ecosistema di business enogastronomico che ruota attorno a una scuola di cucina di Portland, Oregon. Se lo si possa considerare o meno un pregio lascio stabilirlo a chi legge) se ne uscì alla chetichella con un reportage di Andrew Willet, tradotto in italiano per la prima volta soltanto nel 2020 da un altro sito specialistico: Aibmproject (AIBM è l’Associazione Italiana Bartender e Mixologist).
In quell’articolo Willet avanzò un’ipotesi piuttosto bizzarra, per non dire altro: sosteneva che il Negroni delle origini fosse un drink sullo stile dei cosiddetti CUP (una base di vino, liquori, tanta acqua gassata e pezzi di frutta fresca di cui l’esempio anglosassone più famoso è sicuramente il PIMM’S CUP NR 1).
Per suffragare la propria tesi Willet citò un semisconosciuto libro del 1950 scritto da Howard Sutton: “Footlose in Italy”, una sorta di guida turistica per americani benestanti e gaudenti a zonzo nel Belpaese allo scopo di ripercorrere le tappe dei celebri Grand Tour ottocenteschi. Tra le sue pagine, Sutton suggeriva due tipici aperitivi italiani: il Negroni e il Cardinale (quest’ultimo inventato all’Hotel Excelsior di Roma proprio attorno al 1950).
Al netto del lodevole e puntiglioso aggiornamento sul Cardinale inserito al photofinish da Sutton nel manualetto, il concetto attorno a cui Willet costruì il proprio pezzo sul blog è così riassumibile: si diceva che il Negroni fosse stato inventato verso gli anni 20 ma poiché le sue ricette cominciarono a girare vent’anni dopo – e il Campari rimase pressoché sconosciuto al grande pubblico di bevitori a stelle e strisce girovaghi almeno fino al 1927, quando comparve nella ricetta parigina del Boulvardier che Harry McElhone dell’Harry’s New York Bar di Rue Danou 5 mise a punto per l’editore del Paris Boulvardier Erskin Gwynne – che razza di Negroni era quello che si beveva in America?
Doveva per forza di cose essere un drink assai più simile a quelli della tradizione anglosassone, quindi: vermut – amaro – soda e frutta = Cup.
Be’, ma a quel punto chi ci dice che quell’intruglio fosse chiamato proprio Negroni? O, peggio, Negroni Cup?
Nessuno. Nemmeno Willet, infatti.
Il quale tira in ballo un altro testo: Boothby’s Drinks World and How to Mix Them, manuale sui cocktail pubblicato nel 1934 dalla omonima distilleria di San Francisco “Boothby’s Drinks World Company” di William Boothby detto Cocktail Bill (morto quattro anni prima, nel 1930). Nelle pagine di quella guida compare un misterioso CAMPARINETE COCKTAIL, la cui composizione sembra in tutto e per tutto quella del Negroni, tranne che per la tecnica di miscelazione differente e per la ripartizione dei tre spiriti canonici:

CAMPARINETE 3 cl di Gin – 1.5 cl di vermouth rosso – 1.5 cl di “Cinchona Bitter di marca Campari” (sic)
Ora, a parte il nome terribile scelto per il drink – più adatto a una catena di sordidi motel latinoamericani che a un pre-dinner cocktail da Astor Club con Irving Berlin in sottofondo – il fatto che la ricetta comprenda il Campari suggerisce che con esso fosse infine sbarcata oltreoceano anche la tradizione dei cocktail italiani che lo contenevano (l’Americano, appunto, e di conseguenza il Negroni).
Che il nome “Negroni” abbinato a quel tipo particolare di cocktail fosse in realtà una prassi nota a Londra fin dal 1920 lo testimonia la lettera dell’amico inglese del Conte Cammillo, scovata con encomiabile acribia dal bartender fiorentino Luca Marino Picchi, senza dubbio tra le massime autorità al mondo in fatto di Negroni. In una lettera datata 13 ottobre 1920, l’amico londinese Francis Harper, proprietario di una libreria antiquaria al 78 Royal Hospital Road, Chenyne Walk, Chelsea, scrive al Conte chiedendogli notizie sul suo stato di salute: “Non devi consumare più di venti Negroni al giorno!” si legge nell’epistola, con il termine inglese declinato al plurale Negronis, a indicare in tutta evidenza non un beverone qualunque ma un cocktail specifico, con nome proprio e ingredienti precisi.
È la conferma che gli esperimenti tra il Conte Cammillo e Fosco Scarselli avvennero con molta probabilità tra il 1919 e il 1920, ben prima – dunque – di tutti gli altri drink cui si faceva riferimento nei testi succitati.
Insomma, è assai più probabile che sia il Camparinete Cocktail ad essere una ridenominazione americana del Negroni piuttosto che il contrario. La prima apparizione ufficiale del Camparinete in America è nella guida del 1934 di Boothby e anche gli archivi aziendali della Davide Campari Spa confermano che quello è l’anno in cui il bitter milanese sbarcò per la prima volta sul suolo statunitense. Il 1929 come anno di nascita europeo del Camparinete è attestato da David Wondrich, che attribuisce la creazione di questo “cugino alla lontana” del Negroni alle mani del barman Albert Clavelot, successore di Johnny Mitta all’albergo parigino Chatham di rue Danou (centro nevralgico del bere bene francese tra le due guerre). Wondrich, peraltro, afferma con certezza che negli anni ’20 i cocktail a base Campari “si trovavano praticamente ovunque a Parigi”. Chi può escludere dunque che anche il Negroni propriamente detto non fosse già disponibile per i bevitori ben informati, americani su tutti?
Be’, digressione finita, cheers al Conte!





