Il vino italiano si trova stretto in una morsa sempre più difficile da allentare: da una parte aumentano i costi di produzione, dall’altra diminuisce la capacità di spesa delle famiglie e il prezzo del vino continua a scendere. È il quadro delineato dall’Unione Italiana Vini (UIV), che lancia un nuovo allarme alla luce degli ultimi indicatori economici.
A ottobre l’inflazione italiana ha raggiunto il 5,4% su base annua, mentre il prezzo al consumo del vino ha registrato una flessione del 2,6%. Una forbice preoccupante, soprattutto se si considera che i costi dei mezzi correnti di produzione del settore vitivinicolo, secondo le rilevazioni Ismea di settembre, sono cresciuti dell’8,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
A pesare sono soprattutto energia, trasporti, logistica, vetro, packaging e materiali necessari alla produzione. Costi che le aziende faticano a trasferire sui listini, in un mercato nel quale il consumatore appare sempre più attento al portafoglio e meno disposto a concedersi acquisti considerati non indispensabili.
Secondo una recente indagine Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore, il vino è addirittura in cima alla lista dei prodotti che gli italiani dichiarano di voler tagliare dalla spesa, con il 35% delle indicazioni raccolte. Un segnale che non può essere sottovalutato e che racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo, oltre alle difficoltà economiche del momento.

Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione italiana Vini (Uiv)
Il presidente di UIV, Lamberto Frescobaldi, richiama l’attenzione sulle responsabilità delle istituzioni e sulla necessità di interventi concreti: “Sempre più spesso – ha detto il presidente Uiv, Lamberto Frescobaldi – il nostro settore deve far fronte a fattori esogeni in un contesto di mercato sempre più sotto pressione. In tema di energetici, il disegno di legge di Bilancio prevede opportunità anche per il settore vitivinicolo, con misure di sostegno ai costi e incentivi agli investimenti per l’efficienza energetica, di cui auspichiamo una rapida e concreta attuazione. Sul fronte internazionale, chiediamo invece al Governo uno stanziamento straordinario aggiuntivo per la promozione del vino italiano sui mercati esteri, rafforzando le risorse già previste per l’internazionalizzazione. Una misura oggi più che mai necessaria per sostenere la competitività delle nostre imprese, alle prese con gli effetti dei dazi, la contrazione dei consumi e le difficoltà sui mercati internazionali, con la crescente competizione di nuovi Paesi che sono divenuti produttori di vino”.
La richiesta di maggiori risorse per l’internazionalizzazione si inserisce in uno scenario complesso. I dati CREA relativi al secondo trimestre 2026 segnalano infatti una flessione del 3% delle vendite di vino, mentre l’export agroalimentare italiano continua a mostrare dinamiche differenti a seconda dei comparti e dei mercati di destinazione.
Eppure il quadro dei consumi non è privo di contraddizioni. Un’altra indagine CREA rileva che il 94,4% degli intervistati beve vino almeno occasionalmente e che il gusto e la denominazione d’origine restano criteri importanti nella scelta. Il 41,2% dichiara inoltre di essere disposto a spendere oltre 20 euro per una bottiglia.
La questione, allora, non riguarda soltanto quanto vino si beve, ma quale vino si sceglie e soprattutto quale valore gli viene riconosciuto. Chiedere sostegni pubblici è comprensibile, così come lo è la necessità di promuovere il prodotto italiano all’estero. Ma non si può pensare che la competitività si risolva esclusivamente aumentando le risorse per la promozione. Occorre interrogarsi anche sulla capacità del settore di raccontare meglio la qualità, differenziare l’offerta e costruire un rapporto più consapevole con il consumatore. Perché il rischio più grande non è soltanto vendere meno bottiglie, ma abituare il mercato a considerare il vino un prodotto sul quale risparmiare, anziché un’espressione di cultura, territorio e lavoro.




